In autunno, sentire in lontananza il suono di un soffiatore di foglie, mentre gli alberi si spogliano pian piano dai loro vestiti marroni e gialli, è fin troppo comune.
Anche il vostro giardino è pieno di foglie? Non prendete assolutamente la scopa e il rastrello per pulire e ordinare, è meglio lasciarle lì.
Una ricerca della Facoltà di Scienze dell’Università di Copenaghen pubblicata da Science Daily lo scorso mese, ci svela che evitando di portare in discarica foglie e rametti del giardino daremo una mano per la lotta al riscaldamento globale. Quelli che chiamiamo rifiuti verdi, sono doni preziosi della nostra natura che immagazzinano anidride carbonica, aiutano la biodiversità e ci fanno risparmiare.
“Le foglie sono piccole riserve di carbonio, costituite in gran parte dal gas CO2 che assorbono dall’aria. I minerali assorbiti dal suolo rappresentano meno del 5% di una foglia”, ha spiegato Per Gundersen, professore di ecologia forestale presso il Dipartimento di Geoscienze e Gestione delle Risorse Naturali dell’Università di Copenaghen.
“Quando rami e foglie vengono bruciati per produrre energia o compostati, l’anidride carbonica in essi contenuta viene restituita all’atmosfera molto rapidamente. Mantenendoli in giardino, viceversa, il processo di decomposizione è notevolmente più lento. Ciò significa accumulare carbonio sotto forma di ramoscelli, rami secchi e foglie. Se tutti si impegnassero a gestire questi rifiuti nel proprio giardino, potremmo immagazzinare 600.000 tonnellate di CO2 l’anno”, sostiene lo studioso.
Come possono essere utilizzati questi scarti verdi?
Le foglie cadute si accumulano sotto gli alberi e i cespugli, per poi tornare a nutrire le radici, questo è il ciclo naturale della loro vita. Noi, imitando la natura, possiamo riutilizzarle mettendo in atto il processo della pacciamatura naturale, formando uno strato spesso fino a 10 centimetri per coprire il terreno, fra le piante perenni, intorno alle verdure dell’orto, adiacente agli arbusti o sotto le siepi.

Questa coperta ha innumerevoli risvolti positivi: protegge il suolo dal sole, facilita lo sviluppo di microrganismi, funghi e batteri utili mantenendo un ambiente umido, ostacola la nascita delle erbe infestanti, accoglie una moltitudine di insetti e difende le radici dal gelo. Con il tempo questa pacciamatura si decompone, diventando poi concime.
I rami più lunghi invece, possono diventare sostenitori per l’orto e per i fiori mentre quelli più piccoli possono essere sistemati a forma di cupola, ai piede di alberi e arbusti, dove faranno da nuova casa a ricci, artropodi, lucertole, pettirossi, tutti animali che tengono a bada i parassiti.
Altra opzione è quella di costruire una “dead hedge” (siepe morta), ovvero una barriera che ha duplice funzione, di tracciare i confini e come frangivento, inserendo nel terreno due file di paletti e riempiendo lo spazio fra di loro con le ramaglie. Una struttura già presente nel Medio Evo, utilizzata per non far entrare nei parchi cervi e cinghiali, oggi è sfruttata moltissimo nei Paesi Nordici.
Non dobbiamo controllare la natura
Mettiamo da parte, dunque, questa mania di controllo che abbiamo su ogni cosa e godiamoci la biodiversità.
Qualche foglia non ingombra di certo la nostra casa ed entro la primavera, la maggior parte si sarà già disintegrata e sarà tornata nel ciclo invisibile del giardino.
“I nostri giardini possono contribuire sia alla crisi climatica che a quella della biodiversità sfruttando più rifiuti del giardino. Penso anche che a lungo termine porterà a un po’ meno giardinaggio. E poi è più divertente, perché ci sarà una maggiore abbondanza di vita intorno al giardino, basta avere il coraggio di lasciare andare il controllo e fare più spazio alla natura, lasciando spazio ad esempio a ramoscelli e qualche ramo morto” conclude Per Gundersen.
