Allevare o coltivare carne questo è il dilemma! La possibilità di ottenere carne non da animali allevati ma da operazioni di coltivazione di cellule in laboratorio su scala industriale potrebbe far storcere il naso a molti e creare un certo scetticismo, ma allo stesso tempo rappresenterebbe una vera e propria rivoluzione. È di questo avviso Good Food Institute Europe, ONG belga attiva nella promozione di diete vegane che sposa la causa della carne coltivata in vitro con motivazioni ampiamente condivisibili che risiedono nella riduzione dell’impatto ambientale dei sistemi alimentari, nel minor rischio di zoonosi e nella possibilità di nutrire più persone minimizzando il consumo di risorse, solo per citare le principali
Ma come nasce la carne coltivata?
Il punto di partenza è rappresentato da un campione di cellule prelevato da tessuto animale coltivate allo scopo di creare una vera e propria banca cellulare dalla quale a loro volta sono prelevate cellule poste in un ambiente controllato in grado di supportarne la moltiplicazione. In seguito alla moltiplicazione alle cellule vengono aggiunte sostanze quali fattori di crescita per consentire che possano differenziarsi e assumere le caratteristiche di cellule muscolari, adipose o del tessuto connettivo. Infine una volta differenziate il materiale cellulare può essere raccolto e preparato.
I vantaggi rispetto agli allevamenti
In un’epoca nella quale il settore zootecnico, in particolare quello intensivo, da più parti è stato accusato di mettere in pericolo sostenibilità e biodiversità, l’alternativa della carne coltivata può garantire il raggiungimento di alcuni obiettivi.
- Minor impatto climatico, per la riduzione del 95 % l’ uso del suolo e del 78% quello dell’ acqua, oltre che le emissioni di gas serra, essendo la zootecnia responsabile del 14,5% delle emissioni globali.
- Ridotto sviluppo di zoonosi e attacchi parassitari (vegetali) che minimizzano l’impiego di antibiotici, fitofarmaci, concimi chimici.
- Ruolo etico per il fatto di non prevedere allevamenti intensivi e macellazioni potrebbe portare ad un cambiamento delle abitudini alimentari in coloro i quali sposano diete vegetariane o vegane non tanto per una avversione verso la carne quanto proprio per motivi etici e di amore verso gli animali.
- Minori storture lungo la catena di approvvigionamento e salvaguardia della biodiversità, riduzione delle importazioni, come nel caso dell’ Italia sia da paesi intra che extra europei.Basti pensare alla bresaola della Valtellina IGP uno dei vanti del Made in Italy prodotta in gran parte da bovini allevati nelle ampie distese brasiliane con gravi danni per la biodiversità della foresta amazzonica e per le popolazioni locali.
Il governo italiano e la Coldiretti non sono dello stesso avviso
Nel nostro Paese è stato direttamente il Ministro per la Sovranità Alimentare, Francesco Lollobrigida a spiegare la posizione presa del governo in merito alla possibilità che venga avallata una eventuale decisione in fatto produzione di carne coltivata, motivando la scelta con un categorico no. Naturalmente il diniego è stato motivato con la necessità di tutelare il made in Italy agroalimentare e con esso valorizzare i territori rurali e le eccellenze produttive nostrane, elementi che la produzione di carne in laboratorio farebbe venire meno. Anche le associazioni di categoria, su tutti Coldiretti sposano la linea del Ministero e nel farlo con lo slogan no al cibo sintetico sì a quello naturale, indicano alcune false verità che le industrie attribuiscono alla carne coltivata. Innanzitutto non è possibile garantire che i prodotti chimici impiegati per la coltura cellulare siano sicuri per il consumatore, è possibile incorrere nel rischio di carenze nutrizionali per il mancato consumo di proteine animali, non è garantito nessun impatto positivo su ambiente, cambiamenti climatici, consumo di acqua, sofferenze degli animali, inoltre viene fatta una falsa pubblicità alla carne coltivata in quanto si tratta carne sintetica e non garantisce la possibilità di sfamare la popolazione mondiale. Tutte obiezioni che i fautori della carne coltivata tendono a smontare a loro favore.
Il punto di vista dell’Unione Europea
L’ intenzione è aiutare lo sviluppo del settore come dimostrano gli oltre 25 milioni di euro per la ricerca nelle proteine alternative a quelle della carne previsti dal programma di ricerca ed innovazione Horizon Europe. In particolare sono tre i progetti:
Carne e pesce coltivati 7 milioni di euro per ridurre i costi delle infrastrutture e delle materie prime di cui la carne coltivata necessita oltre a trovare soluzioni che migliorino la fattibilità economica.
Impiego del microbioma per l’aumento dell’aroma e della consistenza nel cambiamento dietetico e organolettico: 9 milioni per la ricerca su ingredienti fermentati per migliorare la consistenza di carne, latticini e prodotti ittici a base vegetale, oltre allo studio di nuove tecniche di fermentazione di precisione e sviluppo di nuovi metodi di produzione di biomassa.
Sviluppo di novel food basati su fonti proteiche alternative: 9 milioni per lo sviluppo di cibi innovativi, quali alghe, insetti, ecc.

Progetti che dimostrano quanto l’Unione Europea stia perseguendo la strada della diversificazione delle fonti alimentari per andare incontro ad una fetta di mercato di attuali e potenziali consumatori vegetariani/ vegani e promuovere la transizione ecologica grazie ad un minore per non dire nullo depauperamento delle risorse naturali, siano esse terra, acqua, elementi chimici, ecc.
Singapore, il primo paese ad approvare la vendita di carne coltivata seguito dagli Stati Uniti
Circa due anni fa la Singapore Food Agency ha dato il via libera alla coltivazione di pollo da parte di Eat Just azienda impegnata nella produzione di cibi sani e sostenibili. Ma sono gli Stati Uniti dove è concreta la possibilità che la produzione di carne coltivata possa partire. Nel paese nord americano infatti alla metà di novembre 2022 la Drug and Food Administration (ente del governo statunitense per la regolamentazione di prodotti alimentari e non), ha portato a termine la prima consultazione per la commercializzazione di alimenti a base di cellule animali coltivate, che rappresenta un momento davvero importante in questo specifico settore.
Non si tratta di una vera e propria approvazione in toto ma di una valutazione pre commercializzazione, prodromica alla costruzione di impianti. A trarre giovamento da questa decisione è stato tra gli altri Believer Meats marchio dell’azienda di biotecnologie israeliana Future Meat produttrice di carne di pollo coltivata, che ha inaugurato in Carolina del Nord un impianto per la produzione di carne coltivata per un investimento pari a 123, 35 milioni di dollari.
Aziende come Believer Meats che si inseriscono in questo segmento dell’industria alimentare, possono rispondere alle domande se l’attuale consistenza numerica dei capi zootecnici allevati nel mondo permetterà di soddisfare la richiesta di proteine di una popolazione in continuo aumento e se sia possibile produrre carne senza macellare animali e consumare di suolo per la loro alimentazione. Nel primo caso la risposta è no nel secondo si, per questo è necessario perseguire strade alternative ma che potremmo anche definire avveniristiche per raggiungere la meta finale quella cioè della produzione di carne.
Stati Uniti a parte, per il resto la situazione potrebbe giungere a importanti sviluppi come dimostra la nascita di una associazione di produttori, la Cellular Agricolture Europe con sede a Bruxelles che riunisce alcune tra principali realtà del settore, europee e non provenienti da Belgio, Olanda, Spagna, Francia, Israele. Al momento l’unica azienda italiana del settore è la trentina Bruno Cell.
Dai fruitori buone sensazioni.
Il report sullo stato della carne coltivata 2022 frutto di una ricerca condotta nel mese di settembre da Censuswide su commissione dell’ azienda israeliana Super Meats su un campione di
251 tra chef e professionisti del cibo negli Stati Uniti ha mostrato l’apertura verso la carne coltivata. Infatti ben l’86 % degli intervistati è disposto a servirla, il 65 % ha visto l’incremento di carni alternative negli ultimi cinque anni, l’ 84% sarebbe disposto a servirla nel caso il prezzo fosse competitivo rispetto alla carne tradizionale, prezzo che però il 68% del campione potrebbe essere un deterrente
Secondo una ricerca di Good Food Institute Europe, il 65% dei consumatori spagnoli, il 57% dei tedeschi, il 55% degli italiani e il 50% dei francesi sono disponibili ad acquistarla, mentre invece per quanto riguarda la conoscenza della materia la percentuale è scesa al 31% per i francesi, al 26% per i tedeschi, 25% per gli italiani e 19 % per gli spagnoli.
Nonostante questi dati confortanti bisognerà scontrarsi con la realtà e capire se la carne coltivata possa rappresentare la tanto paventata soluzione agli allevamenti industriali o se si tratta soltanto una moda di un periodo spinta da richieste di natura ambientale ed etica.
