RENDERE COLTIVABILE IL DESERTO È POSSIBILE

L’agricoltura nel deserto si può fare. Ecco un altro modo di vincere la sfida della sostenibilità. Israele diventa un esempio a livello mondiale.

AMBIENTE
Redazione
RENDERE COLTIVABILE IL DESERTO È POSSIBILE

L’agricoltura nel deserto si può fare. Ecco un altro modo di vincere la sfida della sostenibilità. Israele diventa un esempio a livello mondiale.

Praticare l’agricoltura nel deserto si può. A dimostrarlo l’esperienza Israeliana del professor Aaron Fait biologo con specializzazione in biochimica, dell’Università Ben Gurion a Be’er sheva nel deserto del Negev e che ha studiato le tecniche irrigue e l’adattamento ad ambienti aridi per sviluppare l’agricoltura israeliana e vincere la sfida della sostenibilità.

Dover fare i conti con la scarsità delle risorse idriche e con un ambiente in parte desertico hanno reso Israele un esempio a livello mondiale in tema di irrigazione e gestione a fini produttivi del territorio desertico del Negev. Parliamo di una porzione di territorio che copre 12 mila km2 corrispondente al 60% della superficie di Israele, abitato appena dal 10% dei 9 milioni di israeliani e caratterizzato da una piovosità non superiore ai 100 mm all’ anno. È a Be’ er Sheva centro più popoloso della regione presso l’Istituto per la Ricerca sul deserto Jacob Blaustein della Ben Gurion University che svolge la propria attività accademica il Professor Aaron Fait, origini italiane (è nato e cresciuto a Bolzano da madre israeliana)  biologo con specializzazione in biochimica ed esperto in territori aridi,

Seppure il Negev possa rappresentare un territorio aspro e complicato è proprio grazie ad un suo sviluppo in chiave produttiva e sostenibile che passa il futuro agricolo e non solo di Israele. Per questo non è difficile intuire  la missione dell’ università, quella cioè di vincere le sfide che l’ambiente desertico mette di fronte a ricercatori e agricoltori, e adattare i sistemi colturali alle sue particolari condizioni ambientali.

Studiare gli ambienti aridi permette raggiungere innegabili vantaggi quali un  controllo più preciso dell’ apporto idrico, bassa umidità dell’ aria, bassa variabilità intra e interstagionale e colmare il divario in fatto di conoscenze scientifiche sulla coltivazione in condizioni estreme in un clima in continuo cambiamento, nel quale il Negev possa rappresentare un modello di riferimento rendendo possibile la riproduzione di condizioni controllate, e studiare come reagisce il metabolismo della pianta sotto l’ aspetto biochimico alla varie condizioni di stress (non ad una unica come il Professore tiene a precisare) alle quali è sottoposto.

Il professor Fait è da sempre impegnato in sfide che lo pongono di fronte alla necessità di mettere la ricerca scientifica al servizio dell’agricoltura, alla necessità di affrontare la battaglia della sostenibilità e creare le condizioni per una agricoltura più resiliente. Come lui stesso tiene a precisare, studiare gli ambienti desertici non è affatto di secondaria importanza basti pensare che si estendono per 41% della superficie mondiale e ospitano il 35% della popolazione e che gli studi condotti in queste aree possono essere replicati anche in altri ambienti. Quando parliamo di ambienti aridi/desertici non facciamo riferimento solo ai deserti comunemente conosciuti, ma anche a zone caratterizzate dal difficile accesso alle risorse idriche.

Il Professore pur avendo incentrato sin qui gran parte della sua attività sulla biochimica delle piante e sulla loro applicata soprattutto alla vite oltre ad altre colture (ad esempio il pomodoro), non ama essere considerato colui il quale ha dato nuovo impulso alla viticoltura israeliana, ma si ritiene parte di un gruppo di esperti e agricoltori israeliani che hanno a cuore il proprio paese e credono nelle potenzialità di un deserto che ha permesso la produzione di vino dai tempi dei Nabatei e dell’impero Ebraico.

Inoltre spiega il professore « la viticoltura e’ stato quasi un caso, una visita di amici della casa vitivinicola piemontese “Bosca” che mi hanno stimolato a dar supporto con il mio know-how ai primi vigneti che venivano piantati 15 anni fa nel deserto» «la biochimica e’ alla base della qualità del frutto, capirne i meccanismi alla base del metabolismo primario di zuccheri, amino acidi e acidi grassi, e secondario tra cui antociani e aromi è la carta vincente per condurre una ricerca finalizzata alla qualità del prodotto agricolo e nello specifico dell’uva da vino. L’ intima collaborazione con agronomi e fisiologi delle piante nel mio istituto, e con i viticoltori della zona ha fatto il resto».

Nonostante le tecniche agronomiche abbiamo garantito fino ad ora cibo ad un numero sempre maggiore di persone e contribuito a salvare vite, grazie a nuove varietà, pesticidi, ecc, è necessario attuare un nuovo cambiamento che lo stesso Professore definisce “rivoluzione della sostenibilità”. Rivoluzione che presso il French Associates Institute for Agriculture and Biotecnology of Drylands è già in atto. Infatti il compito dell’ università israeliana è quello di incrementare la produzione agricola nelle zone aride e proteggere l’ ambiente grazie a tecniche, strategie e approcci nuovi come l’ impiego di piante geneticamente modificate, alghe ecc, è quindi necessaria la tecnologia per migliorare la ricerca scientifica e poter dare un valido aiuto agli agricoltori locali.

Come l’ esperienza del Professor Fait ci insegna per massimizzare il ridotto potenziale produttivo dei terreni israeliani, la scarsità idrica e far fronte ai cambiamenti climatici è necessario un utilizzo attento delle risorse a diposizione, dall’ irrigazione a goccia per le colture, all’ utilizzo mirato di fertilizzanti, la messa in pratica di strategie per la protezione dei prodotti agricoli, ombreggiature, pacciamatura, e ovviamente tutta la parte di miglioramento genetico, di utilizzo della biodiversità, della scelta di adeguati portinnesti, l’ introduzione di colture e varietà più resistenti a stress biotici e abiotici (siccità, alte temperature, ecc).

Il deserto del Negev un laboratorio a cielo aperto

In tutto ciò un ruolo fondamentale è svolto proprio dal deserto, utilizzato come un vero e proprio laboratorio a cielo aperto, dove simulare le differenti condizioni alle quali le colture sono soggette durante il loro sviluppo. Il Negev è un vero e proprio laboratorio a cielo aperto dove ricreare ad esempio casi studio di carenza idrica e irrigazione controllata stimando i fabbisogni delle piante e le perdite per evapotraspirazione o la correlazione tra temperatura lo sviluppo delle coltivazioni e la qualità delle produzioni grazie alla possibilità di sfruttare più stazioni a differenti altitudini.

È proprio in questo territorio che il prof. Fait e il suo gruppo di lavoro, costituito da un agronomo e da una micro meteorologa oltre alla collaborazione con fisiologi vegetali e agricoltori testano la possibilità per un concreto sviluppo della viticoltura nelle zone aride. infatti grazie alle ricerche condotte è stato possibile riconsiderare la possibilità di praticare la viticoltura nel deserto del Negev per lungo tempo ritenuto adatto solo per la produzione di uva passa o uva da tavola, permettendole di assestarsi su buoni livelli e raggiungere risultati importanti in fatto di qualità non solo in nelle zone a clima mediterraneo ma anche in quelle aride, impensabili fino a 30 – 40 anni fa. “Nel Negev si producono vini buonissimi, ci sono una decina di buone case vitivinicole ed altre dal nord ne utilizzano il terroir. La viticoltura nel deserto non è diversa da qualsiasi altro tipo di viticoltura eroica, utilizziamo portinnesti differenti e abbiamo testato la capacità di adattamento al territorio di una trentina di varietà internazionali”.

Nonostante le ricerche proseguano a ritmo serrato, le stesse corrono il serio pericolo di subire danni da innalzamenti delle temperature e cambiamenti del microclima, alcuni degli effetti dei cambiamenti climatici. È necessario quindi trovare una soluzione per la coltivazione della vite in zone aride o soggette ai cambiamenti climatici, cercando, per esempio attraverso il bilancio idrico, di capire quanta acqua la vite assorbe e quanto perde per evapotraspirazione ed agire di conseguenza.

«La strategia è adattarsi ai cambiamenti climatici, vincerli non e’ una opzione reale. La consapevolezza nasce dalla scarsità di tali risorse (tra queste l’acqua) che porta ad un attento utilizzo di ciò che si ha ed alla ricerca di strategie complementari» «Di fatto Israele è prima al mondo nel riutilizzo delle acque di scarto, seguito da lontano dalla Spagna. Scoop degli ultimi giorni è la notizia dell’apertura dell’acquedotto che dal mar mediterraneo porterà acqua desalinizzata nel lago (o mare, come lo chiamiamo in Israele) di Tiberiade, per mantenerne il livello idrico, l’equilibrio ecologico e l’approvvigionamento per agricoltura e quant’altro

Per sviluppare sistemi agricoli in ambiente desertico è necessario cercare di portare dalla propria parte gli elementi naturali (temperatura, acqua, ecc), come ci dimostrano alcune delle ricerche condotte sul campo. Tra queste, l’influenza della temperatura sul processo di produzione dei frutti. Nel deserto del Negev la superficie dell’acino può arrivare anche a 40 – 50 °C con conseguente perdita del carico aromatico del vino, inoltre il frutto può andare il contro ad appassimento. Si è quindi intervenuto in collaborazione con due aziende vitivinicole israeliane al posizionamento di reti e ad una nuova forma di allevamento delle viti che desse più ombra riuscendo ad abbassare la temperatura intorno ai 25 °C e ad ottenere frutti più omogenei, una ridotta perdita di peso dal 10 al 5 % e abbassasse l’alcolicità dei vini locali.

La viticoltura israeliana, data la sua relativa giovane età, non è caratterizzata per una biodiversità molto ampia, nel paese predominano infatti varietà internazionali. Per questo è anche difficile valutare quale sia l’adattamento ai diversi microclimi del deserto. Per cercare di andare più a fondo sono state create due stazioni che differiscono per 2 °C, limite al riscaldamento globale, che hanno permesso di studiare le varietà sotto l’aspetto aromatico, il contenuto in zuccheri e acidi e definire quale fosse più sensibile all’ incremento della temperatura e chi più resiliente. Le varietà bianche, maturando prima crescono meglio nel deserto e mantengono le qualità organolettiche del frutto, situazione opposta per i vitigni a bacca nera. I dati collezionati possono rivelarsi utili sia per i viticoltori locali che per i ricercatori sparsi nelle università di mezzo mondo cosi da disporre di una larga base di dati da impiegare in zone più mediterranee per comparare gli effetti della desertificazione.

L’ attività non si ferma solo in Israele

L’ esperienza del Professor Fait non si ferma alla realtà israeliana ma le collaborazioni spaziano dalle università di Verona, Udine, Bordeaux, all’ Istituto Edmund Mach di San Michele All’ Adige (Trento). È di qualche anno fa la collaborazione con il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali dell’Università di Udine, Netafim e l’Istituto per la Genomica Applicata della città friulana. Il progetto ha avuto l’obiettivo di fornire agli agricoltori strumenti di monitoraggio dello stato dei vigneti grazie ad appositi sensori posti sulle piante e sul terreno e individuare attraverso analisi genetiche segnali precoci di stress, così da calibrare gli interventi irrigui.