AVATAR “ARRUOLATI” PER IL POTENZIAMENTO DELL’AUTOSTIMA

Una ricerca evidenzia il loro uso oltre che nella riabilitazione clinica nei campi dell’antropologia e della psicologia.

SALUTE
Redazione
AVATAR “ARRUOLATI” PER IL POTENZIAMENTO DELL’AUTOSTIMA

Una ricerca evidenzia il loro uso oltre che nella riabilitazione clinica nei campi dell’antropologia e della psicologia.

A chi si ostina a non accettare le innovazioni come per esempio quelle della robotica o del meta-verso si è recentemente proposta una chiave di lettura di semplice approccio a questi strumenti come quello del chirurgo che si esercita da remoto prima di affrontare con il bisturi sul paziente una operazione complessa.

Stessa funzione divulgativa possono avere i robot umanoidi (come AlterEgo) destinati alle corsie di ospedale non solo per assistere meccanicamente i pazienti e soprattutto i lungodegenti ma anche per entrare in sintonia con loro fino a sostenere un dialogo personalizzato e ad essere utilizzati anche nelle degenze domiciliari post ospedaliere.

Sono approcci questi infatti di immediata percezione e più accettabili per la loro utilità pratica. Eppure sappiamo già che, con tutti i se i ma del caso, gli impieghi sono ancora incalcolabili nel numero e nell’intensità. Così è per i personaggi virtuali che sono arrivati a un grado di sviluppo che li stanno rendendo sempre più realistici e che stanno entrando nel nostro vissuto quotidiano: gli avatar. Tanto che potremmo azzardare a chiamarli: i nostri avatar.

Come ci suggerisce un articolo pubblicato sulla rivista Scientific Reports di Nature che propone i risultati di una ricerca del laboratorio Neuroscience and society dell’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit), coordinato da Salvatore Maria Aglioti, condotta con la Università La Sapienza di Roma e l’Ospedale Irccs Fondazione Santa Lucia. Questi ricercatori si sono spinti molto oltre gli studi precedenti che avevano dimostrato come particolari caratteristiche fisiche degli avatar possono influenzare le percezioni e i comportamenti delle persone che li impersonano.

Si tratta del fenomeno Effetto Proteo sperimentato anche con personaggi realmente esistiti: chi impersonava l’avatar di Albert Einstein tendeva ad aumentare le sue prestazioni cognitive, chi impersonava Sigmund Freud elaborava soluzioni più soddisfacenti per i suoi problemi personaliLa nuova ricerca viene addirittura a dirci che incarnare, nella realtà virtuale, una figura onnipotente potrebbe aumentare la percezione della nostra forza e della nostra invulnerabilità, con possibili applicazioni nella terapia del dolore e nel campo della crescita personale.

È partendo da queste osservazioni che il team dell’Istituto Italiano di Tecnologia ha osservato i comportamenti di 54 volontari, ognuno dei quali ha assunto le sembianze di tre diversi avatar: un avatar normotipo, uno muscoloso e uno onnipotente, ispirato alla rappresentazione di Dio nell’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina.

Due gli obiettivi dell’esperimento: il primo per calcolare la sensazione di invulnerabilità, misurata come la percezione di pericolo fisico provata nei confronti di un evento avverso; il secondo per capire come i volontari percepivano le proprie abilità fisiche, facendogli stimare la distanza massima alla quale pensavano di poter saltare per evitare un pericolo.

Ebbene i risultati hanno evidenziato che quando i volontari impersonavano l’avatar onnipotente percepivano l’evento avverso come meno pericoloso rispetto all’avatar normodotato e ritemevano di poter saltare più lontano rispetto a quando impersonavano l’avatar muscoloso.

Leggiamo infine che Althea Frisanco, prima autrice dello studio, Michael Schepisi e Gaetano Tieri, collaboratori della ricerca, sono concordi nel suggerire che questa tipologia di evidenze “può essere applicata al campo della crescita personale, del potenziamento dell’autostima e come si è visto, alla riabilitazione clinica, oltre a fornire un interessante apporto ai campi dell’antropologia e della psicologia”.