LO SHOPPING ECO-SOSTENIBILE

Fare acquisti in modo responsabile e rispettoso dell’ambiente è un’esigenza sempre più pressante. Studi e tecnologia ci dimostrano che il riciclo è utile e vantaggioso.

AMBIENTE
Pamela Preschern
LO SHOPPING ECO-SOSTENIBILE

Fare acquisti in modo responsabile e rispettoso dell’ambiente è un’esigenza sempre più pressante. Studi e tecnologia ci dimostrano che il riciclo è utile e vantaggioso.

In periodi di saldi invernali i protagonisti sono loro, gli acquisti. Che sia abbigliamento, prodotti per la cura del corpo e il benessere, elettrodomestici, vari articoli per la cucina, dispositivi elettronici, libri, viaggi, accessori e chi più ne ha più ne metta. Lo shopping che va per la maggiore in tempi di sconti è quello di indumenti: dai capi di abbigliamento per le diverse parti del corpo e per i gusti più esigenti, per categorie e fasce di età, per le numerose occasioni e momenti della giornata.

Non v’è nulla di male a farsi un giro virtuale sui siti web dei brand amati o sulle piattaforme di e-commerce più note e attrezzate; o ancor meglio una passeggiata fisica ammirando le vetrine illuminate e arricchite di capi colorati. Anzi, fa bene allo spirito oltre che in quest’ultimo caso anche al fisico. Per massimizzare l’esperienza dell’acquisto e del consumo, però, una condizione è imprescindibile: la consapevolezza.  Quanti di noi ad esempio sono coscienti del fatto che l’industria della moda è responsabile di oltre il 10% delle emissioni di carbonio e consuma circa 100 milioni di tonnellate di petrolio ogni anno?

La creazione di poliestere, il materiale base di gran parte dei capi di abbigliamento di marca, è un processo ad alta intensità di carbonio. Eppure, nonostante l’impronta climatica derivata, in media si butta via il 60% dei vestiti nuovi nello stesso anno dell’acquisto. La produzione e il consumo di cibo hanno anche un’enorme impronta di carbonio, responsabile di circa il 30 per cento delle emissioni di gas serra. Quasi un miliardo di tonnellate di cibo viene buttato via ogni anno. Un recente studio riferito al decennio 2010-2020 ha classificato i 30 paesi più popolosi d’Europa in base alle loro abitudini di acquisto con particolare attenzione alla dimensione della sostenibilità.

Considerato un tempo una scelta da “tipi alternativi” lo shopping sostenibile è ora un modo praticabile ed ecologico per fare acquisti per persone di tutte le età e fasce di reddito.

Shopping ecosostenibile
Se si guarda al tasso di sostenibilità dello shopping nei diversi paesi europei, il quadro appare piuttosto variegato. I ricercatori sono giunti a calcolare un “punteggio di sostenibilità” complessivo e a stilare una classifica prendendo in considerazione una serie di metriche diverse: le percentuali di riciclo e l’impronta ecologica calcolata considerando la dimensione dell’area necessaria per produrre i materiali che un paese consuma, combinata con quella necessaria per assorbire i rifiuti prodotti.

Tra gli altri indicatori ci sono anche: il numero di mercatini delle pulci e negozi di antiquariato; la quantità di rifiuti tessili e domestici pro capite e la classifica degli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite con cui ad ogni paese viene attribuito un punteggio sulla base delle prestazioni nazionali su obiettivi di sviluppo come l’azione per il clima e la promozione delle energie rinnovabili.

Dalla ricerca risulta che l’impronta ecologica media dell’UE è diminuita del 4 per cento tra il 2010 e il 2020. Ad aggiudicarsi il primo posto sul continente è stata la Finlandia grazie soprattutto all’eccellente punteggio conseguito in ambito SDG, il più alto di tutti i 193 Stati membri delle Nazioni Unite, in aggiunta alla riduzione di oltre un quinto della sua impronta ecologica.

Riguardo quest’ultimo dato anche l’Italia ha conseguito un ottimo risultato con una sorprendente riduzione pari a oltre il 26 per cento negli ultimi 10 anni. Seguono Svezia (21,99 per cento) e Grecia (20,7 per cento). L’ultima classificata è Malta, il paese con il più basso punteggio SDG in assoluto e con un aumento dell’impronta ecologica di oltre il 10 per cento. Sulla diffusione di negozi di antiquariato e mercatini dell’usato (o cosiddetti “delle pulci”) è il Regno Unito a spiccare con circa 1.300 unità per una popolazione di 68 milioni di persone.

Nonostante l’indiscusso primo posto in materia di sostenibilità degli acquisti per quanto riguarda questo indicatore, però la Finlandia si posiziona in basso nella classifica europea con soli 53 mercatini delle pulci e i negozi di antiquariato per circa 5.500.000 abitanti. In materia di produzione di rifiuti, in particolare quelli tessili, il nostro paese risulta tra i peggiori registrando uno dei tassi pro capite più elevati, con una produzione di oltre 200.000 tonnellate all’anno, stando ai dati del 2020.

Al contrario la Germania si è posizionata bene, con un tasso di riciclo pari a circa il 67 per cento.  Tra gli altri Stati UE solo otto hanno un tasso di riciclaggio superiore al 50% mentre a Cipro e in Romania sono  addirittura inferiori al 20%. La “maglia nera” però spetta a Malta, l’ultima anche in classifica con una percentuale di riciclo dei rifiuti pari all’11 per cento.

L’impatto dei tessuti sull’ambiente
Una pubblicazione dell’ Agenzia europea per l’Ambiente (EEA) del febbraio 2022 sul ruolo del design nell’economia circolare UE indica che, rispetto ad altre categorie di consumo, nel 2020  i tessili hanno avuto l’impatto negativo maggiore sull’uso di acqua di suolo, ma anche sull’uso di materie prime e sulle emissioni di gas serra. Il consumo di tessili ha richiesto in media 9 metri cubi di acqua a persona, 400 metri quadrati di terreno, 391 kg di materie prime e ha causato un’impronta di carbonio di circa 270 kg.

Per ridurre l’impatto negativo della produzione e del consumo di tessuti l’Agenzia suggerisce il ricorso a modelli di business e design ispirati all’economia circolare estendendo i cicli di vita dei prodotti e aumentando l’uso di materiali riciclati, puntando su innovazione tecnica, sociale e aziendale, ma anche politiche ad hoc e campagne di sensibilizzazione dei consumatori per favorire cambiamenti nel loro comportamento.

Le conseguenze negative all’ambiente non finiscono qui: i tessuti  sono una delle principali fonti di inquinamento da microplastica, principalmente attraverso le acque reflue dei cicli di lavaggio, ma anche attraverso la produzione, l’uso e lo smaltimento a fine vita degli indumenti.

Un danno che potrebbe essere contenuto, ad esempio, utilizzando processi di produzione alternativi e il pre lavaggio degli indumenti presso i siti di produzione con un adeguato filtraggio delle acque reflue, l’integrazione di filtri nelle lavatrici domestiche, lo sviluppo di detergenti più delicati e, in generale, una migliore cura degli indumenti. Infine, la raccolta dei rifiuti tessili, il trattamento e la gestione delle acque reflue ridurrebbero ulteriormente le perdite nell’ambiente.

Una scelta smart: l’abbigliamento di seconda mano
Per tutelare l’ambiente ed evitare l’accumulo di vestiti in discarica esistono opzioni diverse che consentono un ri-utilizzo intelligente.  Da qualche anno per dare una nuova vita ai vecchi vestiti e frenare la tentazione del fast fashion pur mantenendo un guardaroba di tutto rispetto ci viene in aiuto la tecnologia, in particolare alcune applicazioni (app) dove scambiare (vendere e acquistare) abbigliamento usato. Ce ne sono per tutte le esigenze e categorie. Prima di ricorrere a queste, tuttavia, è bene esaminare la frequenza di utilizzo di un capo, per evitare di cadere nella tentazione di comprare ciò che non si userà e che contribuirà solo a riempire armadi e cassettiere.

Venendo alle app c’è Vinted con 50 milioni di membri che acquistano e vendono. Tra i vantaggi l’assenza di commissioni di vendita e la possibilità di scambiare il capo con un altro piuttosto che con denaro.

Un’alternativa anch’essa molto popolare è Depop che vanta oltre 20 milioni di utenti in tutto il mondo e con un mix di marchi con singoli venditori che offrono un’ampia varietà di stili. La piattaforma consente poi di sbarazzarsi di oggetti senza alcun addebito per l’inserzione di articoli come su altre piattaforme, ma con una commissione del 10% da pagare al momento della vendita.

Per il vestiario dei più piccoli c’è Dotte creata durante la prima ondata della pandemia da Covid-19, uno spazio virtuale dove acquistare, vendere, donare e riciclare l’abbigliamento per bambini.

Per gli studenti l’app numero 1 per lo scambio di vestiti è Doppel, una startup fondata da due studenti per incoraggiare lo scambio di oggetti all’interno della loro comunità universitaria. Una bella trovata per giovani frequentatori di serate ed eventi che richiedono un abbigliamento adeguato difficile da conciliare con un budget limitato. In questo modo possono risparmiare denaro e agire in modo sostenibile.

Incoraggiare l’economia circolare nel settore dell’abbigliamento riutilizzando e riciclando i capi è una scelta intelligente e sana.  Lo dice la ricerca ce lo facilita la tecnologia.