GUERRA IN UCRAINA, NUOVO PROFILO DI MIGRANTE

Incontro con Nicola Bellini, professore ordinario Istituto di Management Scuola Superiore Sant’Anna. Un’esperienza diretta.

APPROFONDIMENTO
Francesca Franceschi
GUERRA IN UCRAINA, NUOVO PROFILO DI MIGRANTE

Incontro con Nicola Bellini, professore ordinario Istituto di Management Scuola Superiore Sant’Anna. Un’esperienza diretta.

Accoglienza, integrazione e mobilitazione. E ancora catene umane che, con spirito solidaristico e generosità, si formano per aiutare chi sta scappando da una guerra disastrosa e violenta. Sono persone, la maggior parte, che fino a pochi giorni prima del vero e proprio attacco erano convinte che Putin non si sarebbe mai spinto a tanto. Persone che, fino al giorno prima, occupavano posizioni di rilievo nella società civile: manager, imprenditori, avvocati che, all’improvviso, si sono trovati l’azienda e gli uffici rasi al suolo.

E la casa? Forse ne è rimasto qualche brandello.

E’ la figura di un migrante completamente diversa da quella che, nell’immaginario collettivo, abbiamo identificato negli ultimi anni. Spesso, un po’ per superficialità un po’ perché condizionati dai media, quando sentiamo o leggiamo la parola “migrante” ci immaginiamo i barconi, le tragedie umanitarie in mare e le coste di Lampedusa alle prese con morte, fame e orrore.

La guerra in Ucraina ha invece, giocoforza, aperto scenari che ci hanno colti impreparati.

Nicola Bellini, ordinario dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna

Ne parliamo con Nicola Bellini, ordinario dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna, che – grazie alla vicinanza personale con una famiglia ucraina – ha potuto constatare sulla propria pelle il dramma e le diverse prospettive di vita, di fuga e di paura che dominano la vita di questa nazione.

“La premessa è che, in questo caso, parlo per esperienza personale perché non mi era mai capitato prima, né per lavoro né per caso, di occuparmi di accoglienza e integrazione – interviene il professor Bellini -. Solo ed esclusivamente per motivi personali ho potuto vedere con i miei occhi e constatare lo straordinario lavoro di Protezione Civile, associazioni e volontari impegnati a fronteggiare questa emergenza”.

Nel caso specifico, infatti, il professore è diventato amico della famiglia di una compagna di studi e di corso della figlia di nazionalità ucraina. Entrambe studiano in Francia e sono legatissime. All’improvviso scoppia la guerra e una serie di persone, compresa la sua famiglia, scappano verso Firenze trovando accoglienza grazie alla Cooperativa Il Girasole.

Quello che è saltato agli occhi fin dai primi giorni di crisi – e i media lo hanno testimoniato – è come l’Italia e l’Unione Europea si siano comportati diversamente. Una sorta di maggior inclusione e accoglienza è stata riservata agli ucraini rispetto ai richiedenti asilo di altre nazionalità per i quali, molto spesso, si è non solo parlato di respingimenti, blocchi navali e varie stigmatizzazioni e luoghi comuni.

Ma il punto, forse, è che l’Ucraina nell’immaginario collettivo italiano viene percepita come vicina. E non solo dal punto di vista geografico.

“La differente percezione o accoglienza riservata ai profughi ucraini si può comprendere se analizziamo due diversi fattori e punti di vista – spiega il professor Bellini -. L’Ucraina è una società civilizzata dove non ti aspetti che avvenga questo. La maggior parte delle persone che scappano fino al giorno prima facevano il lavoro che, per fare un esempio, oggi stai facendo tu, il tuo vicino di casa, il tuo fratello. Si tratta, in gran parte, di una prospera classe media che non tenta di andar via per rifarsi una vita nel nostro paese bensì non vede l’ora di tornare nel suo. Ma, nel frattempo, ora che sono qui si vedono offrire posti di lavoro come colf o badanti”

Alcuni hanno addirittura detto che questa è un’immigrazione che ci piace perché, inutile girarci intorno, percepiscono molto vicino, per cultura e abitudini, il popolo ucraino. Altri sono felici di aiutare ed essere aiutati perché, alla base di tutto, sembra esserci sempre un concetto di temporaneità. “Per fare un esempio molto semplice – prosegue Bellini – le persone che a Firenze hanno trovato un’accoglienza straordinaria grazie a molti volontari non stanno pensando ad imparare la nostra lingua fatta eccezione per qualche minima parola utile alla provvisoria permanenza in Toscana. Perché? Semplicemente perché nessuno di loro sta cercando un posto dove restare bensì un’occasione buona per ripartire non appena sarà possibile”

Facile intuirlo. Senza voler cadere in luoghi comuni e ragionamenti aberranti, è molto più semplice riconoscere il profilo del profugo ucraino che, sostanzialmente, è una persona che fa fronte ad un’emergenza (si spera!) temporanea. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, rispetto ad altri rifugiati, gli ucraini hanno mediamente un livello di istruzione più elevato e reti sociali più solide alle quali fare affidamento, e una maggiore facilità di accedere al mercato del lavoro. Si tratta di persone che erano saldamente radicate nel luogo di provenienza, che in esso lavoravano e che non avevano alcuna voglia di andarsene.

“Pensi che la maggior parte di loro, fatta eccezione naturalmente anziani e bambini, fino al giorno prima dello scoppio della guerra erano professionisti in carriera – continua Bellini -. Nessuno di loro ha mai pensato per un secondo ad una presenza a lungo termine in Italia. Percepiscono questa condizione come temporanea, emergenziale. Certamente resta una fetta, specialmente bambini, anziani e persone fragili, che invece hanno necessitato e necessitano tuttora di un’accoglienza diffusa e di cure”.

Basti pensare alla scolarizzazione dei bambini, la barriera linguistica e il lavoro di chi se ne prende cura. Ma ancora alle cure mediche, le terapie, il necessario supporto emotivo e psicologico, soprattutto per i più piccoli traumatizzati e disorientati dalla guerra.

“Tanti aspetti che, lo ammetto senza reticenze, prima di questa esperienza personale e prima di aver visto coi miei occhi cosa è accaduto a Firenze io non conoscevo – prosegue Bellini -. Aspetti che mi hanno indubbiamente toccato e mi hanno fatto porre delle domande. E se fosse successo a noi all’improvviso? Ho conosciuto profughi ucraini che fino al giorno prima stavano programmando le vacanze con la famiglia o rivedendo carte importanti del loro lavoro manageriale. Il giorno dopo si sono trovati casa e azienda bombardata. Una condizione drammatica che sarebbe potuta succedere anche qui ma che, anche oggi, ci sembra una circostanza estranea, addirittura fuori dai nostri orizzonti”

Ma, di base, anche se a prima vista questa immigrazione è sembrata a tutti più facile da gestire, nasconde delle complessità non indifferenti.

“Rispetto a questa complessità ho l’impressione di essere impreparato perché non mi sono mai occupato direttamente di questi problemi ma, senza dubbio, questa esperienza è stata straordinariamente positiva dal punto di vista umano perché sono venuto a conoscere tanto volontariato, disponibilità, eventi di solidarietà ammirevoli e una catena umana, di sforzi e lavoro come nel caso fiorentino, meravigliosa. Non tornerò nel mio guscio: questa esperienza ha lasciato un grande segno dentro di me”.