È notizia recente: il governo svedese ha rivelato ai suoi concittadini di aver trovato il più importante giacimento di terre rare del continente. Con un tempismo perfetto, alla vigilia dell’avvio a inizio anno del semestre di presidenza svedese dell’Unione europea. L’inatteso “contenitore” di materiali come litio, lo scandio, il lantanio si trova a circa 150 chilometri a Nord del circolo polare artico nella regione della Lapponia e, sulla base delle prospezioni effettuate finora, le riserve sarebbero considerevoli, come riferito dal dirigente della società pubblica LKAB, Jon Moström.
Si tratta di una rivelazione potenzialmente rivoluzionaria, ma per l’intera Europa: questi elementi rappresentano infatti la componente fondamentale di prodotti ad alta tecnologia molti dei quali di uso quotidiano, come le batterie e ricoprono un ruolo importante a livello industriale e nella cosiddetta ” transizione verde”, verso materiali e fonti energetiche pulite e quindi nella lotta al cambiamento climatico.
Cosa sono le terre rare
Le terre rare comprendono 17 elementi chimici, tra cui scandio, ittrio e altri 15 elementi del gruppo dei lantanidi; il nome è dovuto ai minerali non comuni dai quali i ricercatori le estrassero per la prima volta. Nonostante la denominazione sono tutt’altro che rari nella crosta terrestre, considerata la loro concentrazione di circa tre volte superiore a quella dell’oro e diffusi prevalentemente in Cina, Stati Uniti, Australia e Russia.

Al momento non si hanno dettagli né sui costi di sfruttamento né sulle dimensioni reali delle miniere i tempi attesi per una stima accurata oscillano tra uno e due anni. La LKAB sta comunque sta già costruendo un tunnel per collegare le nuove riserve con il giacimento di ferro di Kiruna che le autorità svedesi sfruttano da oltre un secolo e che assicura una produzione di circa l’80 per cento della quantità totale di ferro utilizzato in Europa.
Secondo le autorità svedesi, la nuova scoperta potrebbe essere sufficiente per rispondere alla domanda europea dei magneti permanenti utilizzati nella produzione di motori elettrici, considerando le previsioni secondo cui nel 2050 le auto elettriche rappresenteranno il 50% della domanda di veicoli. Mentre il litio serve soprattutto per costruire batterie ad alta capacità, le altre terre rare sono utilizzate nella costruzione di superconduttori, magneti, e tecnologie utili per la produzione di energia eolica, solare ed elettrica “green” come turbine eoliche, impianti fotovoltaici e macchine elettriche.
Il quadro geopolitico e l’impatto ambientale delle terre rare
Finora l’Europa si è dimostrata fortemente dipendente da paesi terzi, in primis dalla Cina da cui importa circa il 90 per cento delle terre rare utilizzate.
La tendenza del governo comunista cinese, che ha avviato una trasformazione high-tech dell’industria nazionale è di limitare la produzione di terre rare per il fabbisogno interno del paese. Con gli Stati Uniti e l’Australia geograficamente lontani per rendere l’importazione conveniente, l’unica fonte attualmente disponibile per gli Stati europei sono i giacimenti russi, per il momento non soggetti alle sanzioni imposte alla Russia a seguito della guerra in Ucraina. Una soluzione non sostenibile, né una scelta lungimirante pertanto la miniera della Svezia, parte dell’UE e dello spazio Schengen, rappresenta un’opzione migliore e conveniente per l’assenza di imposizione di dazi.
Seppure strategica per la “transizione verde” l’estrazione delle terre rare non è neutra in termini ambientali. Il processo richiede infatti l’utilizzo di acidi, processi di filtrazione e pulizia tutt’altro che ecologici e produce scorie tossiche e radioattive. Ne sono testimonianza in Cina il giacimento di Bayan Obo, il più produttivo e grande al mondo, dove il terreno è praticamente sterile, così come in America la miniera di Mountain Pass una delle principali fonte di terre rare, dove lo sversamento delle acque reflue ha provocato nella zona della Death Valley una contaminazione da torio, pericoloso elemento radioattivo.

Lo stato dell’arte e il nodo degli iter autorizzativi
Ad oggi nessun elemento di terre rare viene estratto in Europa, nonostante si attenda una crescita notevole della domanda dell’industria occidentale nei prossimi anni a causa della diffusa elettrificazione negli stati europei, conseguenza degli impegni di riduzione di CO2 di origine fossile. Secondo la valutazione della Commissione europea, la domanda di elementi di terre rare per auto elettriche e turbine eoliche, tra gli altri, dovrebbe aumentare di oltre cinque volte entro il 2030. L’offerta scarsa potrebbe pertanto sfociare in tensioni geopolitiche. Quanto al tasso di riciclo di questi elementi non arriva all’1 per cento; con investimenti adeguati si potrebbe aspirare al 30 per cento del fabbisogno europeo entro il 2030; un risultato non sufficiente per la transizione ecologica, ma comunque un segnale positivo.
La svedese LKAB ha esortato le autorità svedesi e quelle europee ad accelerare gli iter autorizzativi per lo sfruttamento delle riserve che richiedono in media 10-15 anni. Troppo lunghi in un’epoca come quella attuale in cui c’è urgenza di rendersi indipendenti dai paesi terzi; pertanto la stessa auspica una loro riduzione di almeno il 50 per cento. Nel frattempo, una fonte parziale di approvvigionamento potrebbero essere i dispositivi elettronici.
Se vogliamo dare una spinta alle fonti di rinnovabili e semplificare il tragitto verso la sostenibilità occorre limitare la burocrazia, privilegiare le necessità concrete e l’autonomia dell’UE. Non c’è altra scelta.
