GREEN INDUSTRIAL DEAL PLAN: SCELTA PER IL SETTORE AUTO

Il Piano per adattare l’industria del continente alle esigenze di neutralità climatica e il suo impatto sulla produzione dei veicoli.

AMBIENTE
Pamela Preschern
GREEN INDUSTRIAL DEAL PLAN: SCELTA PER IL SETTORE AUTO

Il Piano per adattare l’industria del continente alle esigenze di neutralità climatica e il suo impatto sulla produzione dei veicoli.

A inizio febbraio l’esecutivo UE annunciato il Piano Industriale del Green Deal l’iniziativa europea per migliorare la competitività dell’Europa nel settore delle zero emissioni e sostenere la transizione verso la neutralità climatica. Il Piano integra gli sforzi in corso nell’ambito del Green Deal europeo e del più recente REPowerEU, concepito per rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi ben prima del 2030.

Il documento presentato su basa su 4 pilastri principali:

  • un contesto normativo semplice per un’industria a zero emissioni nette
  • un’accelerazione agli investimenti e finanziamenti per la produzione di energia pulita i assicurando condizioni paritarie all’interno del mercato unico, attraverso la concessione da parte degli Stati membri degli aiuti necessari per accelerare la transizione verde. A questo proposito la Commissione faciliterà l’uso dei fondi esistenti e soluzioni nuove per finanziamenti comuni a livello europeo e ha proposto nel medio termine un Fondo di sovranità europeo da attivare entro l’estate 2023;
  • un potenziamento delle competenze in materia di transizione verde con l’istituzione di “accademie industriali Net-Zero”;
  • la garanzia della cooperazione globale e di una politica industriale basato sul libero scambio, considerati gli impegni con i partner dell’Ue e del lavoro dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).

Un accordo accolto con freddezza dalle industrie degli Stati membri, in particolare per quanto riguarda il settore automobilistico.

L’elettrificazione a scadenze brevi preoccupa l’automotive
“Dal Green Industrial Deal Plan troppi rischi per l’industria automobilistica, tempi troppo rapidi per il veto UE ai motori a benzina e diesel dal 2035”. È quanto sostiene il Presidente dei costruttori automobilistici europei, Luca de Meo. Se i tempi sono troppo stretti si potrebbe valutare un’estensione delle scadenze con la revisione della tabella di marcia. Ipotesi per la quale però finora no si è vista grade disponibilità da parte dell’esecutivo europeo.

Dalle difficoltà evidenti del comparto risulta evidente che agli obiettivi green devono affiancarsi adeguati strumenti di sostegno all’industria.

Una rapida riconversione delle industrie produttive di vettori endotermici alla produzione di motori elettrici è inconcepibile in quanto comporterebbe la necessità di smantellare l’intera industria con conseguenze gravi sull’economia.

E poi c’è il tema del confronto con i paesi terzi. Pensare che l’UE debba produrre nei prossimi anni solo  vetture elettriche quando Stati come Cina, India e altri del Sudest asiatico non si assumono lo stesso impegno, è una strategia suicida. Un’opzione che chiuderebbe il continente in un impianto normativo costrittivo creando un contesto punitivo per l’industria. A questa argomentazione si potrebbe controbattere che tuttavia è proprio in questo periodo storico che si avverte la maggior necessità di accelerare la trasformazione green per evitare una dipendenza cronica dalle importazioni di fonti energetiche (in particolare gas e petrolio) da paesi stranieri, come avvenuto finora. Resta però il fatto che le rinnovabili non sono una fonte di energia stabile, ma discontinua, intermittente nella sua disponibilità e ostacolata da alcuni limiti tecnologici.

Allora si tratta di investire massicciamente in ricerca: allo stato attuale l’UE sta dimostrando grandi capacità di questo ambito così come nelle tecnologie in termini di sviluppo dell’idrogeno, batterie per mobilità sostenibili, alleanze pubblico-private, centri di ricerca, imprese. Il tasto dolente resta la carenza tuttora di materie prime che tuttavia potrebbe subire una svolta con la recente scoperta di un grande giacimento di terre rare in Svezia.

Una cosa è certa. Anche il settore delle auto deve ripensare al modelli di business, concentrandosi non solo sul profitto ma anche sulle soluzioni alla crisi climatica. Per conciliare i due però occorre facilitare la maggiore competitività dell’industria europea attraverso non solo maggiori investimenti in ricerca e tecnologia ma anche con misure specifiche quali, ad esempio, l’istituzione di un Fondo europeo per la trasformazione green.

Il mercato dell’elettrico in Europa e in Italia
Le vendite delle auto elettriche in Italia vanno a picco. Sono dati recenti, dei mesi scorsi che fanno del nostro paese un’anomalia rispetto agli altri europei dove invece il mercato delle auto elettriche è in crescita. E i dati dello scorso gennaio dimostrano che questo trend è in netto peggioramento rispetto agli ultimi mesi del 2022. Alla base di questo risultato ci sono oltre ai prezzi più alti c’è dell’altro. Altrimenti non si spiegherebbe perché in Spagna dove il reddito medio è più basso di quello dell’Italia le vendite di auto elettriche sono superiori (per non parlare di Francia e Germania dove rispettivamente una vettura su 7 e una su 5 sono full electric). Chi imputa le ragioni ad una percezione della tecnologia non aiutata dalla narrativa generale, chi ad un approccio italiano “emotivo” e tradizionale nei confronti degli auto. E’ indubbio tuttavia che da noi mancano incentivi per le aziende che facilitino la diffusione massiccia dell’elettrico.

Altro sfida nel settore è quella della permanente carenza di colonnine di ricarica sia nei centri urbani di molte città italiane che soprattutto sulla rete autostradale. Tuttavia si attende un maggior sviluppo grazie ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Tornando a livello europeo per alcuni esperti la scarsa diffusione dell’elettrico è dovuta ad un’errata pianificazione anziché risolvere i problemi di affrancamento energetico per poi affrontare quelli delle infrastrutture e infine la creazione di un mercato è stato fatto il contrario: prima si è imposto ai costruttori di produrre le macchine elettriche, poi si è pensato alle infrastrutture e adesso si tenta l’indipendenza dalle fonti energetiche dei paesi terzi.

Infine c’è chi, tutt’altro che irrazionalmente, depreca il passaggio all’elettrico che avvantaggerebbe la Cina, già molto avanti nello sviluppo tecnologico anche nel settore automobilistico. Insomma qualsiasi strada si scelga di intraprendere è bene considerare i pro e i contro guardando all’interesse nostro e del pianeta.