I PORTI ITALIANI NELLA MORSA DI UN PARADOSSO

Il loro destino oscilla tra la proposta di legge sulle autonomie differenziate e i forti investimenti di multinazionali private.

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Redazione
I PORTI ITALIANI NELLA MORSA DI UN PARADOSSO

Il loro destino oscilla tra la proposta di legge sulle autonomie differenziate e i forti investimenti di multinazionali private.

Lo ha definito un paradosso il destino dei porti italiani che oggi oscilla tra la proposta di legge sulle autonomie differenziate e i forti investimenti di compagnie multinazionali private.

La considerazione, peraltro molto seguita nell’ambiente, è di Salvatore Avena, giovane amministratore delegato della Spezia Port Service, la società che gestisce, nel nodo autostradale e ferroviario di Santo Stefano Magra, il primo centro unico dei servizi in Italia, quello che, secondo l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli sta facendo scuola a tal punto che dovrà essere esteso a tutti gli scali.

 

In che cosa consiste questo paradosso?

“E’ in sostanza il paradosso, oggi almeno il più tangibile se messo alla luce delle recenti acquisizioni che rischiano di pregiudicare la credibilità del nostro sistema portuale, che per il solo traffico container è il riferimento per oltre 11 milioni di contenitori annualmente movimentati, in importazione ed esportazione, nel nostro Paese”.

E dunque?

“E’, dunque è appunto, un ruolo, quello dei porti, fondamentale, e sempre più strategico, nel sistema economico italiano e internazionale, come dimostra appunto il crescente interesse delle compagnie di navigazione non solo per politiche proiettate sulla integrazione verticale della catena logistica, ma anche, e soprattutto, per il potere di condizionamento che si può esercitare nella gestione di un hub portuale e della filiera logistica”.

Tornando agli investimenti delle grandi compagnie di navigazione, dove sta il problema?

“Fin qui tutto è riconducibile alle corrette dinamiche che regolano le economie di mercato in un sistema liberale e democratico, per cui c’è davvero poco da eccepire se queste azioni sono un motore di crescita e di sviluppo”.

Nulla da eccepire insomma ma quel se richiede di essere spiegato.

“Voglio dire che la questione assumerebbe connotati ben diversi se queste azioni potessero avvantaggiare, all’interno del sistema, un porto a discapito di un altro, senza acquisire nuovi mercati e quindi nuovi traffici per la logistica Italiana. Sotto questo profilo diventa dunque fondamentale per un porto attivare tutte le leve possibili per rendersi competitivo e assicurare quel valore aggiunto nell’offerta dei servizi alla merce, nella logistica e nei trasporti, per concorrere con gli altri sistemi ma soprattutto per diventare un riferimento credibile, efficiente e concorrenziale per le compagnie e per le merci”.

E nel frattempo è arrivata la proposta di legge sulle autonomie differenziate …

“Che a mio parere è in contraddizione con le dinamiche dei mercati globali che richiedono invece un’attenzione diversa, quella dell’interesse nazionale del sistema Paese. Perché è fondamentale che gli hub portuali continuino ad essere sotto la regia dello Stato, evitando che strutture strategiche per la logistica e l’economia del Paese finiscano sotto il controllo e la gestione delle autonomie locali regionali”.

Quale potrebbe essere il rischio?

“Il rischio è che questo combinato disposto potrebbe creare situazioni e dinamiche che spaccherebbero il Paese, con da un lato conseguenti danni sociali e economici e dall’altro la fuga di operatori e di compagnie che investirebbero in territori con hub e scali più interessanti, magari anche in altri Paesi. Non va mai dimenticato che gli imprenditori, come le compagnie di navigazione, per investire hanno bisogno non solo di certezze ma che siano garantite nel tempo!”

In conclusione?

“Un conto sono i gettiti erariali che possono anche essere ridistribuiti ai territori secondo logiche diverse, altro è ipotizzare la regionalizzazione degli scali commerciali secondo principi che regolano le autonomie previste nella proposta di legge”.