DAI ‘CENCI’ VECCHI ARRIVANO ABITI NUOVI

È quello che fa Rifò, una start up nel settore moda che parte dall’antica tradizione di raccogliere abiti usati per avere filato rigenerato e realizzare capi d’abbigliamento nuovi.

APPROFONDIMENTO
Susanna Bagnoli
DAI ‘CENCI’ VECCHI ARRIVANO ABITI NUOVI

È quello che fa Rifò, una start up nel settore moda che parte dall’antica tradizione di raccogliere abiti usati per avere filato rigenerato e realizzare capi d’abbigliamento nuovi.

La tradizione arriva da lontano ed è quella dei ‘cenciaioli’ di Prato, l’industria del tessile che già da cento anni da vecchi abiti buttati, i ‘cenci’, ricava nuovo filato per nuovi capi di abbigliamento. Ma utilizzarla oggi ha tutto un altro significato. A Niccolò Cipriani, fondatore della start up Rifò che è un brand di abbigliamento realizzato con filato ‘riciclato’ da abiti smessi, l’idea è venuta facendo un altro lavoro.

Nel 2017, in Vietnam impegnato nel campo della cooperazione e nell’imprenditoria sociale, conosce da vicino la devastazione, ambientale e umana, della sovraproduzione del settore moda. Da dove viene lui, la città toscana dei ‘cenciaioli’ che raccoglievano gli stracci, l’approccio è da sempre quello alla trasformazione e al riutilizzo di ciò che viene buttato. Lì si accende la lampadina e nasce il progetto. Riprendere quella tradizione e metterla al servizio di un sistema circolare che crea valore dal riuso.

Niccolò Cipriani, fondatore della start up

“ La sovraproduzione è drammatica, nel fast fashion il sistema produce molto di più delle esigenze d’acquisto, quindi c’è uno scarto enorme che finisce in discarica – racconta – e non si tratta solo di questo aspetto, che ha un effetto diretto sull’ambiente e in termini di risorse utilizzate, ma anche dei costi umani con lo sfruttamento delle persone che lavorano nella filiera. Mi sono chiesto come tutto questo potesse cambiare. A partire dalle possibilità di riciclare invece che produrre da zero”.

Pensiamo ai jeans, per i quali serve il cotone e un per ogni chilo di fibra occorrono 10mila litri d’acqua oltre a coloranti chimici, che contengono metalli pesanti, per dare al capo la sembianza desiderata. Per non parlare della produzione a costi ridotti in paesi dove la manodopera viene sfruttata e sotto pagata. Occorre andare in un’altra direzione e Cipriani ci sta provando con convinzione. De fibra rigenerata da vecchi jeans riciclati la sua impresa crea ad esempio maglioncini di alta qualità.

E lavora anche con fibre rigenerate di cashmere, lana, seta. “Gli aspetti su cui puntiamo molto sono la qualità del prodotto, in modo che non debba essere buttato dopo pochi usi e duri nel tempo e anche la produzione sul territorio, per creare un impatto e anche per essere d’esempio per altre imprese – spiega – e non abbiamo intenzione di fermarci ma di lavorare su un progetto che parte da tessuti non riciclabili dai quali realizzare feltro da utilizzare per il packaging dei nostri prodotti”.