Il Long Covid è una sindrome complessa e in larga parte sconosciuta, che si manifesta dopo la guarigione dell’infezione acuta e che può durare anche diversi mesi. È caratterizzato dalla presenza di alcuni sintomi: stanchezza, affaticamento, problemi di concentrazione e memoria, dolori diffusi, paralisi dei nervi periferici, tachicardia, depressione, respiro affannoso, insonnia, debolezza muscolare. In base agli studi finora condotti, sembra che il Long Covid – che secondo l’OMS riguarda 65 milioni di persone nel mondo e 17 milioni in Europa – colpisca più le donne degli uomini, soprattutto tra i 40 e i 55 anni e che alterni momenti in cui i sintomi peggiorano ad altri in cui si attenuano.
I ricercatori della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – Università Cattolica Campus di Roma, hanno individuato i meccanismi della stanchezza cronica, che potrebbe dipendere da un malfunzionamento del metabolismo dell’arginina, un amminoacido che viene prodotto dall’organismo e che svolge diverse importanti funzioni, tra le quali quella di stimolare la sintesi dell’ossido nitrico, una molecola fondamentale per la circolazione, il sistema immunitario e l’endotelio (lo strato di rivestimento dei vasi sanguigni).
Alcune ricerche avevano già mostrato come l’assunzione di arginina e vitamina C fosse utile nel ridurre la stanchezza cronica. Infatti, quando il virus invade le cellule del corpo utilizza i loro substrati metabolici, soprattutto le proteine, per duplicarsi. Di conseguenza, le cellule vengono derubate delle sostanze di cui hanno bisogno per svolgere le loro funzioni, che vanno dunque reintegrate dall’esterno per ritornare in forze.
Il Covid può colpire anche il cervello.
Uno studio – pubblicato sul “Journal of Neurology”, coordinato dall’Università degli Studi di Milano, in collaborazione con il Centro “Aldo Ravelli” della Statale, l’Asst Santi Paolo e Carlo e l’Irccs Auxologico – ha evidenziato possibili disturbi cognitivi un anno dopo il Covid. È la prima ricerca in ambito internazionale che ha esaminato in modo combinato le alterazioni cognitive, il metabolismo cerebrale a una distanza così ampia dalla malattia.

Lo studio ha selezionato sette pazienti che presentavano persistenti disturbi cognitivi rilevati da specifici test neuropsicologici un anno dopo il Covid, disturbi mai lamentati prima del Covid. Questo gruppo di pazienti è stato esaminato poi con la metodica di tomografia ad emissione di positroni (PET) usando come marcatore il glucosio legato ad un isotopo radioattivo.
Tale metodica consente di valutare quanto una specifica zona del cervello o del tronco encefalico è attiva.
Tutti i pazienti presentavano test neurologici alterati: in particolare, quattro pazienti presentavano disturbi cognitivi oggettivati da test neuropsicologici, ma PET normali, mentre tre pazienti avevano disturbi cognitivi con test neuropsicologici e PET alterati.
In tre dei quattro pazienti con persistenti alterazioni cognitive, la PET ha mostrato un ridotto funzionamento delle aree temporali (sede della funzione della memoria), del tronco encefalico (sede di alcuni circuiti che regolano l’attenzione e l’equilibrio) e nelle aree prefrontali (che regolano l’energia mentale, la motivazione e, in parte, il comportamento).
In uno di questi pazienti che presentava un disturbo cognitivo più grave è stata anche eseguita una PET con una sostanza che permette di visualizzare la deposizione di amiloide nel cervello, una proteina che quando si accumula nei neuroni ne determina l’invecchiamento precoce e la degenerazione e che è implicata nella malattia di Alzheimer.
Nel paziente esaminato la PET ha rilevato un accumulo di amiloide nel cervello e particolarmente nei lobi frontali e nella corteccia cingolata (legate a funzioni cognitive complesse ed alle emozioni).
I ricercatori, nelle loro conclusioni, affermano che in poco meno della metà dei pazienti che lamentano disturbi di memoria e concentrazione a distanza di un anno dal Covid possono esserci alterazioni di funzionamento delle aree cerebrali temporali, frontali e del tronco dell’encefalo. L’osservazione dell’aumento di amiloide in un paziente, riportata per la prima volta in questo studio, potrebbe essere in relazione all’infezione oppure all’innesco da parte dell’infezione della cascata neurodegenerativa.
Questo dato impone che dovrà essere valutato da futuri studi se la pregressa infezione da Sars-Cov-2 potrà determinare in futuro un aumentato rischio di malattie neurodegenerative. Oltre la metà dei pazienti esaminati, pur lamentando ancora disturbi cognitivi (memoria, attenzione e “nebbia” mentale), avevano una PET normale. “Questo dato suggerisce che i disturbi cognitivi che persistono ad un anno dalla malattia in più della metà dei casi non hanno un riscontro funzionale sul cervello, ma possono derivare da modificazioni di tipo esclusivamente psicologico analoghe al disturbo postraumatico da stress.”, ha affermato Roberta Ferrucci, docente di psicobiologia dell’Università Statale Milano.
Nell’insieme, i risultati dello studio indicano che a distanza di un anno dalla malattia ci possono essere in un certo numero di pazienti ancora alterazioni cognitive che in parte possono essere dovute ad alterazioni psichiche senza un correlato metabolico sul cervello ma, in poco meno della metà dei casi, possono essere correlate ad alterazioni del metabolismo cerebrale e, occasionalmente anche a deposizione di molecole tossiche per i neuroni.
Approfondimenti:
link.springer.com/article/10.1007
www.springer.com/journal/415
roma.unicatt.it/elenco-fondazione-policlinico-universitario-agostino-gemelli-irccs
