ONU: FUMATA BIANCA PER L’ACCORDO SALVA OCEANI

Dopo oltre vent’anni anni di negoziati, è stata siglata la storica intesa fra gli Stati membri per proteggere il più grande habitat della Terra dalle minacce del clima e dallo sfruttamento delle risorse

AMBIENTE
Redazione
ONU: FUMATA BIANCA PER L’ACCORDO SALVA OCEANI

Dopo oltre vent’anni anni di negoziati, è stata siglata la storica intesa fra gli Stati membri per proteggere il più grande habitat della Terra dalle minacce del clima e dallo sfruttamento delle risorse

“The ship has reached the shore”: quando, con queste parole, la presidente della Conferenza delle Nazioni Unite, l’indonesiana Rena Lee, ha comunicato il raggiungimento dell’accordo tra gli Stati membri sul Trattato Globale sugli Oceani, uno scroscio di applausi ha invaso l’aula di New York.

La nave ha, infatti, raggiunto la riva dopo circa 20 anni di fumate nere senza che, finora, si fosse riusciti ad addivenire ad un’intesa sul cosiddetto Alto Mare, ovvero quell’area di mare che si trova al di là della Zona Economica Esclusiva (ZEE) nazionale, oltre le 200 miglia nautiche dalla costa e che occupa circa due terzi dell’oceano, quasi la metà del pianeta.

Acque internazionali, dunque, al di fuori delle giurisdizioni di singoli Stati, che da sempre, ma mai come adesso che gli equilibri del mondo sono in pericolo, rivendicano tutela. L’Alto mare è il più grande habitat della terra e ospita specie fondamentali per la salute dell’ecosistema, prezioso per la nostra sopravvivenza e per mitigare l’impatto della crisi climatica. Fino alla sigla di questo storico accordo, le acque oceaniche dell’Alto Mare sono rimaste totalmente incustodite ed esposte con la conseguenza che già troppe sono le specie marine – secondo le stime, tra il 10% e il 15% – a rischiare l’estinzione.

Un vulnus gravissimo per l’equilibrio del nostro pianeta e il mantenimento della biodiversità che, adesso, finalmente si colma con l’assunzione di responsabilità da parte degli Stati membri. La firma del Trattato, infatti, impegna ufficialmente i singoli  governi a conservare e a garantire la sopravvivenza della biodiversità oceanica difendendo l’Alto mare dalla minaccia dei cambiamenti climatici, dall’attività di pesca indiscriminata e dal cosiddetto deep sea mining, lo sfruttamento minerario degli abissi marini.

A tal proposito, uno dei punti più dibattuti dell’accordo ha riguardato proprio l’istituzione da parte della Conferenza delle Parti (CoP) del Trattato, dei cosiddetti Santuari delle acque internazionali, deputati a regolare in maniera sostenibile l’utilizzo delle risorse oceaniche nonché a garantire – attraverso la creazione di un fondo comune specifico – l’equa distribuzione e condivisione dei benefici e dei proventi economici offerti dagli oceani. Un cambio di rotta decisivo, visto che i profitti ottenuti dalle ricchezze dagli abissi marini sono stati infatti sinora appannaggio quasi esclusivo dei Paesi sviluppati e industrializzati, unici in grado di lavorare e convertire, per esempio, in un farmaco anticancro come l’Haleven – che genera guadagni per 300 milioni di dollari l’anno – le spugne che vivono sui fondali oceanici. Stesso discorso, per il Remdesivir, primo farmaco anti Covid, anch’esso derivante da una spugna.

Il testo definito dai delegati nella sessione che ne ha deciso l’approvazione sarà formalmente adottato dopo il controllo dei servizi legali dell’Onu e la sua traduzione nelle 6 lingue ufficiali degli Stati membri.

A quel punto, toccherà a ciascun dei 60 governi firmatari accelerare i tempi per giungere a una rapida ratifica e tentare di portare a casa l’obiettivo concreto di questa storica intesa che, noto come 30×30, chiede la protezione del 30% delle acque oceaniche entro il 2030.

Una vera e propria corsa contro il tempo che naturalmente impegnerà anche il nostro Paese dove attualmente le aree che risultano effettivamente protette sono appena lo 0,01%, percentuale ben lontana da quella indicata dal neonato Trattato.