Per gli egizi era una certezza che lo spirito continuasse a vivere anche dopo la morte dell’organismo. Per loro era fondamentale fare in modo che l’anima del defunto potesse raggiungere l’Aldilà al fine di poter trascorrere la sua nuova vita ultraterrena con gioia e tranquillità.
La pratica della mummificazione è uno dei maggiori tesori che l’antico Egitto ci ha lasciato in eredità, in particolar modo dal punto di vista medico. La capacità degli antichi nella conservazione del corpo ha stravolto per sempre le conoscenze scientifiche. Grazie, infatti, ai corpi mantenuti in buono stato è stato possibile studiare malattie tutt’oggi pericolose per l’uomo o scoprire che gli antichi utilizzavano piante simili all’oppio come antidolorifici.
Gli egizi, per primi, grazie alle loro conoscenze sono riusciti a bloccare il decorso della decomposizione. Tale processo è sempre stato però un segreto, custodito dai sacerdoti che si occupavano della cura dei cadaveri. Con l’arrivo di nuove tecniche di studio, si è finalmente scoperto quali processi e prodotti venivano impiegavano.

31 vasi hanno svelato il mistero
Una ricerca, pubblicata su Nature ed effettuata dall’università di Tubinga, dall’Università Ludwig-Maximilian in Germania e dall’American University del Cairo ha permesso di svelare gli ingredienti utilizzati in Egitto per effettuare i lavori d’imbalsamazione 2.500 anni fa. Questa indagine è stata possibile grazie al rinvenimento di un laboratorio di imbalsamazione a Saqqara, datato tra il 664 e il 524 a.C., in cui sono stati trovati ben 31 vasi pieni di materiale animale e vegetale, molti etichettati con gli elementi che contenevano e le note sul loro utilizzo, come ad esempio “da mettere in testa”.
“Siamo riusciti a identificare una grande varietà di sostanze utilizzate dagli imbalsamatori. Tra queste, poche erano disponibili localmente”, ha spiegato al New Scientist l’autore Maxime Rageot, dell’Università di Tubinga (Germania).
Le analisi sono state effettuate attraverso una tecnica chiamata gascromatografia-spettrometria di massa, che permette di chiarire sia la natura di una sostanza sia la provenienza geografica. I vasetti racchiudevano: cera d’api, bitume del Mar Morto, grassi animali ed estratti di ginepro, cipresso e credo, tutte piante che crescono nella regione del Mediterraneo orientale.
Oltre a questi, c’era anche: una resina chiamata elemi, simile al miele, proveniente dagli alberi di Canarium, caratteristici delle foreste pluviali in Asia e Africa; e la dammar, un’altra resina gommosa ottenuta dagli alberi Shorea, che crescono nelle foreste tropicali dell’Inda Meridionale, Sri Lanka e del sud-est asiatico.

Un lavoro meticoloso
Dai risultati è emerso come gli imbalsamatori egizi conoscessero in maniera approfondita le sostanze utilizzate. I vasi, infatti, contenevano miscele elaborate di ingredienti, alcune venivano riscaldate o perfino distillate. Molte resine, per esempio, hanno proprietà antimicrobiche, antimicotiche o di controllo degli odori. Su un vaso, infatti, contenente elemi e grasso animale, era addirittura intagliato “per rendere gradevole il suo odore”.
“Questo studio è il primo esempio di analisi dei materiali utilizzati nella mummificazione di un laboratorio di imbalsamazione e di una camera funeraria. Rappresenta un importante passo avanti nella nostra comprensione dei materiali e dei metodi di imbalsamazione dell’antico Egitto. Queste analisi possono essere ulteriormente approfondite se il team potrà verificare l’uso delle sostanze sulle mummie stesse”, ha scritto Salima Ikram, archeologa all’American University del Cairo, in un commento a corredo dell’articolo.
La presenza di queste sostanze nei vasi ritrovati a Saqqara permette anche di chiarire quali fossero i legami e le rotte commerciali fra i vari regni dell’antichità. Questa scoperta è perciò una prova aggiuntiva dell’esistenza di una vigorosa rete commerciale a lungo raggio.
“L’Egitto era povero di risorse in termini di sostanze resinose; quindi, molte venivano acquistate o scambiate da terre lontane”, ha commentato a Nature Carl Heron, esperto del British Museum di Londra.
Resta ancora da chiarire come gli antichi Egizi avessero maturato competenze molto specifiche relative all’imbalsamazione, e perché prediligessero determinati ingredienti esteri piuttosto che altri di provenienza locale.
