I grani antichi siciliani risultano essere più resistenti e proteici delle varietà moderne. Più competitivi nei confronti delle piante infestanti, contengono più glutine, hanno maggiori proprietà antiossidanti e sono resistenti a patogeni e ad eventi climatici estremi.
Queste varietà di grani sono state recuperate, collezionate caratterizzate sotto l’aspetto morfologico e genetico, da uno studio effettuato dai centri di ricerca Crea Cerealicoltura e Colture Industriali e Difesa e Certificazione.
I risultati della ricerca sono stati pubblicati sull’International Journal of Molecula Sciences. Sinonimo di naturalità e tradizione “i grani antichi siciliani” costituiscono quindi un patrimonio prezioso, particolarmente importante per l’agricoltura dell’isola, da sempre considerata il granaio d’Italia.
Oggi, oltre ad essere oggetto di studio, alcuni tra questi, sono anche tornati nel carrello della spesa e sulle nostre tavole.
Frutto di un lungo lavoro finalizzato alla valorizzazione della biodiversità di questi grani locali, i risultati della ricerca sono l’epilogo dell’attività di raccolta, descrizione e caratterizzazione fatta, a partire da 39 varietà presenti nella collezione originale, da Ugo De Cillis, agli inizi del secolo scorso, più altre varietà locali di frumenti duri e teneri raccolte e coltivate in Sicilia e Calabria, nonché di farro monococco, dicocco e spelta, in tutto 126 accessioni studiate.
Secondo lo studio la caratterizzazione genetica, determinata attraverso marcatori in grado di evidenziare differenze anche molto rilevanti e specifiche nella sequenza di DNA, ha reso possibile distinguere le diverse specie della collezione: frumento tenero, farro monococco, farro spelta e le 4 sottospecie di Tridicum turgidum (grano duro, turgido,turanico e farro dicocco).
“Abbiamo riscontrato – spiega Alfio Spina, dirigente di ricerca del Crea Cerealicoltura e Colture Industriali – che alcune varietà locali, come la ‘Timilia’, essendo più ricche di acidi fenolici, hanno maggiori proprietà antiossidanti e sono resistenti ad eventi climatici estremi in quanto, per secoli, a partire dalla loro origine e introduzione in coltura, hanno resistito a sbalzi termici, picchi di temperature molto elevati e siccità”.
Classificare questo importante patrimonio cerealicolo, evolutosi nel mediterraneo nel corso dei secoli, spiega il Crea, potrebbe permettere di selezionare nuove varietà più resilienti ai cambiamenti climatici e maggiormente adatte a sistemi colturali sostenibili.
