PRODURRE CIBO SENZA SPRECHI? UN SOGNO A FORMA DI MEDUSA

Un progetto con la collabiorazione di Cristiana Favretto, Antonio Girardi, Stefano Mancuso, Elisa Azzarello, Elisa Masi e Camilla Pandolfi.

AMBIENTE
Redazione
PRODURRE CIBO SENZA SPRECHI? UN SOGNO A FORMA DI MEDUSA

Un progetto con la collabiorazione di Cristiana Favretto, Antonio Girardi, Stefano Mancuso, Elisa Azzarello, Elisa Masi e Camilla Pandolfi.

Una serra galleggiante: perché?

La popolazione mondiale è in continua crescita e, con essa, anche la necessità di risorse alimentari, che facciamo sempre più fatica a reperire. A causa dell’innalzamento dei livelli degli oceani che inducono la salinizzazione dei terreni da coltivare, il primo ostacolo nell’aumento delle produzioni alimentari corrisponde proprio ad una mancanza di terra disponibile, a cui si è spesso ovviato attuando deforestazioni sempre più intollerabili per assicurarci un futuro; non meno importante, la diminuzione di acqua dolce rende difficoltoso trovare una soluzione praticabile.

Ispirarsi alla natura

I coniugi Favretto e Girardi, grazie alle loro competenze architettoniche, hanno avuto l’obiettivo di sviluppare una serra galleggiante che potesse prelevare acqua salata dal mare sottostante per renderla dolce, quindi per usarla nell’irrigazione di vegetali da consumare in tavola. Dopo l’incontro con il resto del team scientifico, è stato ideato un vero e proprio prototipo, funzionante e completamente autonomo, “modulare come i sistemi vegetali: ogni modulo è indipendente dagli altri e svolge tutte le funzioni necessarie alla sopravvivenza dell’organismo, a differenza dei sistemi animali, come il nostro, nei quali ogni organo ha una sua specifica funzione. A forma ottagonale per una ottimizzazione dello spazio, J.B funziona sia in autonomia che in insiemi più grandi e permette la crescita di vegetali mediante coltura idroponica – cioè la crescita in liquidi nutritivi piuttosto che terreni – e tramite la miscelazione di acqua salata, a basse percentuali, con l’acqua di mare dissalata. La dissalazione solare, come avviene per il ciclo biogeochimico naturale, è un procedimento che si basa sull’evaporazione dell’acqua a vapore acqueo, che andrà a formare le nuvole necessarie per la precipitazione delle piogge, nonché acque prive di qualsiasi sale minerale e paragonabile ad acqua distillata.

Una rivoluzione passata in sordina

Nonostante la resa della serra galleggiante fosse buona – in un mese, scrive Mancuso nel suo libro “Plant Revolution”, sono state ottenute circa cinquecento ceste di insalata pronte al consumo – il progetto non ha riscontrato il successo sperato e meritato: non sono stati rilevati investitori realmente interessati allo sviluppo del prototipo. Il motivo risiede nei costi di produzione della serra, composta interamente da materiale riciclato e riutilizzabile, che sfrutta energie rinnovabili come quella solare e quella ricavata dal moto ondoso del mare sottostante. Coltivare insalata in una normale serra, senza conteggiare il prezzo che invece paga l’ambiente, e che anche l’umanità pagherà in un futuro più o meno prossimo, ha un importo inferiore a quello che è necessario per produrla con la Jellyfish Barge. Chissà se non ci potrà essere un ripensamento in tempi più recenti.