In Antartide sono state trovate tracce dei test nucleari del passato. La scoperta è di un team di ricerca coordinato dall’Università di Firenze, che ha misurato in una carota di ghiaccio la presenza di Plutonio-239, dovuta agli esperimenti effettuati a partire dagli anni ‘50 del secolo scorso. Sono dati su cui riflettere, quelli ricavati dai ricercatori, che costituiscono un vero e proprio ‘archivio ambientale’.
La ricerca, coordinata da Mirko Severi, Rita Traversi e Silvia Becagli, è avvenuta grazie alle attività di perforazione, estrazione e analisi di una carota, cioè un cilindro di ghiaccio perforato a partire dalla superficie di un ghiacciaio, ed è stata pubblicata sulla rivista Chemosphere.
Il Plutonio 239 risulta in concentrazioni basse, ma sufficienti per evidenziare le ripercussioni a livello globale e a lunghissimo termine di quegli esperimenti nucleari (più di 500), che complessivamente rilasciarono in atmosfera quasi 3 tonnellate di questo elemento chimico radioattivo. Il suo tempo di dimezzamento è di 24.000 anni. Per l’esame del ghiaccio è bastato un campione di meno di un millimetro di neve sciolta. La quantità restante sarà quindi un archivio prezioso per altre ricerche, e a memoria dei pericolosi lasciti dei test nucleari di Russi e Americani.
E se da un punto di vista glaciologico, la presenza di Plutonio-239 nelle carote di ghiaccio è utile per determinare una datazione accurata degli strati nevosi – permettendo di attribuire i campioni prelevati agli anni in cui venivano condotti i test sulle armi nucleari – l’esistenza di tale materiale in un posto così isolato, a oltre 3 mila metri di altezza, dovrebbe indurre a riflettere su quanto l’azione dell’uomo impatti sul nostro pianeta.
A partire dal 1952 sono stati eseguiti numerosissimi test con ordigni nucleari e, in particolare venivano fatti esplodere in atmosfera e la radioattività sprigionata è arrivata in posti remoti e lontani dall’esplosione, come appunto l’Altopiano Antartico, dove è stato eseguito il carotaggio.
Le attività del team sono frutto di una esperienza avviata negli anni ‘90 , nell’ambito del progetto EPICA (European Project for Ice Coring in Antartic) che vede progetti di ricerca in Antartide tuttora in esecuzione.
