Il Morbo di Alzheimer è la forma più comune di demenza: è stimato che in Italia ne siano colpite circa 600mila persone, che hanno ricevuto la diagnosi in seguito ad un deterioramento irreversibile dell’encefalo. La sua eziologia – ovvero la causa – è ancora sconosciuta ma la sintomatologia comprende difficoltà a ricordare e ad immagazzinare nuove informazioni, afasia, ma anche disturbi dell’umore come apatia, depressione e sbalzi d’umore che portano la persona ad isolarsi ancora di più. La conferma della patologia si ha attraverso test cognitivi e neurologici, che vanno a completare il quadro di informazioni che il paziente o suo famigliare riporta alla figura sanitaria, ma successivamente ad essa si ha un’aspettativa di vita che oscilla dai tre ai nove anni. È importante, quindi, sviluppare non solo un test che la diagnostichi con largo anticipo, ma anche una terapia efficace.
Le proteine, naturalmente, sono assemblate a partire da una sequenza di aminoacidi che si legano tra loro a creare delle catene destinate a ripiegarsi per ottenere la forma tridimensionale e funzionale al compito che devono eseguire, chiamata struttura quaternaria; le strutture secondarie possibili, che corrispondono al secondo step del folding proteico, sono l’alfa-elica ed il beta-foglietto. SOBA, l’acronimo di soluble-oligomer-binding assay, è un test che ha come bersaglio agglomerati di proteine tossiche: responsabili delle placche senili, queste vengono facilmente riconosciute per la peculiare conformazione che assumono e che non è presente in un organismo sano, ovvero la struttura ad alfa-foglietto. Il test, sviluppato da un team dell’Università di Washington, consiste di un peptide – un composto aminoacidico più piccolo rispetto ad una proteina completa – sintetizzato e ripiegato ad alfa-foglietto che attrae altre proteine con struttura simile. Nel caso dell’Alzheimer, il peptide incriminato è il Betamiloide: di 42 aminoacidi, il peptide deriva dall’erroneo taglio di una proteina più grande, adesa alla membrana cellulare e che sembra sia coinvolta nella crescita cellulare.

Singolarmente il betamiloide non risulta tossico, ma lo diviene quando, ad alte concentrazioni, si aggrega ad altre molecole identiche, prima a livello del sangue e successivamente all’interno e all’esterno dei neuroni che compongono l’encefalo, inducendo dei processi a cascata che portano alla morte delle cellule, nonché alla riduzione delle funzioni cognitive. Con SOBA le ricercatrici ed i ricercatori sono in grado di determinare la concentrazione degli oligomeri letteralmente catturandoli, fornendo dei nuovi punti di vista nello sviluppo di terapie efficaci nella lotta alla patologia, terapie che dovranno intervenire prima della formazione di placche e fibrille, un processo irreversibile dovuto alla formazione di un nodo al 23° aminoacido che provoca la formazione di un legame stretto tra due Betamiloide. A tal proposito, il team di ricerca ha somministrato agli animali di laboratorio, usati come modello per studiare l’Alzheimer, il medesimo peptide usato nel test e nell’82% dei casi ha osservato un calo di livelli degli oligomeri. Non solo, SOBA è stato adattato anche per ricercare ed attrarre specifiche proteine, anch’esse citotossiche, che sono implicate nel Morbo di Parkinson e ne è stata confermata la loro presenza nel liquido cerebrospinale di pazienti diagnosticati.
In conclusione, siamo sulla buona strada per conoscere ogni sfumatura dell’Alzheimer ma questa è ancora lunga: nella formazione delle placche amiloidi sono implicati il ciclo sonno/veglia e la iper-fosforilazione della proteina tau ad esempio, ma nella sua totalità l’Alzheimer potrebbe avere delle cause genetiche e, ancora, dipendere da acetilcolina e/o dopamina, due neurotrasmettitori che, in quanto tali, hanno il compito di mettere in comunicazione due neuroni.
