Se circa 60 milioni di persone sono già esposte a un caldo pericoloso, ovvero a una temperatura media di 29° C o superiore, due miliardi – il 22% della popolazione mondiale prevista per la fine del secolo – rischiano di esserlo a causa del riscaldamento globale.
Secondo lo studio “Quantifying the human cost of global warming” condotto da un team internazionale di ricercatori guidato da Timothy Lenton del Global Systems Institute dell’Università Di Exeter e da Chi Xu della School of Life Sciences dell’università di Nanjing, infatti, nonostante l’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici si sia impegnato a mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C, le attuali politiche climatiche porteranno le temperature fino a + 2,7°C, lasciando una considerevole fetta della popolazione mondiale al di fuori della cosiddetta “nicchia climatica”, ovvero quella in cui l’umanità si è perpetrata sino a oggi.
Non basta: qualora le temperature dovessero aumentare addirittura da 3,6°C fino a 4,4°C, quella percentuale si innalzerebbe alla metà della futura popolazione mondiale esponendola a quello che i ricercatori hanno definito “rischio esistenziale”.
Ma l’aspetto più interessante della ricerca anglo-nipponica è che, diversamente dalla maggior parte degli studi e proiezioni fatti sinora, nei quali i costi del riscaldamento globale sono valutati per lo più in termini finanziari, il focus è in questo caso posto sui costi umani e sulle diseguaglianze sociali e ed economiche che il cambiamento climatico in atto chiama in causa, mettendoci di fronte ad una vera e propria ingiustizia climatica.
Lo studio rileva infatti che le emissioni prodotte attualmente nel corso della vita da 3,5 persone nel mondo (o solo 1,2 cittadini statunitensi) esporranno in futuro una persona a un caldo pericoloso, ma questa persona e quelle che in futuro si troveranno esposte a questo rischio – evidenziano i ricercatori – sono quelle che vivono e/o vivranno in luoghi in cui le emissioni oggi sono circa la metà della media globale. In altri termini, a pagare il prezzo più alto delle emissioni alla base del riscaldamento globale saranno le popolazioni che ne producono di meno.

Geograficamente parlando, sono India e Nigeria i paesi, già fortemente penalizzati dal riscaldamento globale, che in futuro conterebbero il maggior numero di persone esposte a temperature inumane.
Stando alle proiezioni dei ricercatori infatti, ipotizzando che la popolazione umana globale raggiunga i 9,5 miliardi di persone a fine secolo, l’India avrebbe la più grande popolazione esposta a un riscaldamento globale di 2,7°C: più di 600 milioni, seguita dalla Nigeria con 300 milioni.
Tali circostanze implicherebbero come conseguenza per le popolazioni coinvolte un aumento della mortalità, una diminuzione della produttività del lavoro, la riduzione delle prestazioni cognitive, il deterioramento dell’apprendimento, esiti negativi delle gravidanze, la diminuzione della resa dei raccolti, l’aumento dei conflitti e la diffusione di malattie infettive.
La temperatura ideale in cui storicamente la popolazione umana, come pure i raccolti, il bestiame e la ricchezza in termini di PIL hanno raggiunto il picco di densità è, infatti – spiegano ancora i ricercatori – quella che viaggia su una media di di 13°C, con un picco secondario a circa 27° C e, sebbene attualmente meno dell’1% dell’umanità vive in luoghi con una pericolosa esposizione al caldo il cambiamento climatico in atto ha già messo il 9% della popolazione mondiale, ovvero più di 600 milioni di persone, fuori dalla nicchia climatica.
Queste spaventose conseguenze potrebbero essere evitate se le politiche climatiche fossero seriamente impegnate a ridurre le emissioni di gas serra e a decarbonizzare il Pianeta, così limitando in maniera decisiva gli effetti del surriscaldamento.
Infatti, se l’innalzamento delle temperature fosse limitato a 1,5°C, dal 22% della popolazione futura attualmente a rischio – sottolineano i ricercatori – si passerebbe al 5%, mettendo in salvo un sesto dell’umanità dal caldo non sostenibile.
