PLASTICA BIODEGRADABILE: LA LUNGA VITA

Un tipo di plastica, quella biodegradabile, che dovrebbe consumarsi in poco tempo, ma in realtà persiste oltre un anno negli oceani.

AMBIENTE
Francesca Danila Toscano
PLASTICA BIODEGRADABILE: LA LUNGA VITA

Un tipo di plastica, quella biodegradabile, che dovrebbe consumarsi in poco tempo, ma in realtà persiste oltre un anno negli oceani.

La quantità di plastiche e microplastiche che giacciono negli oceani è incessantemente in aumento. È ormai noto come questo tipo di inquinamento sia una seria minaccia per gli ecosistemi marini, ma anche per la salute di tutto il pianeta.

Una stima pubblicata a marzo 2023 su Plos One, dimostra che la quantità di rifiuti plastici gettati negli oceani si aggira sui 2,3 milioni di tonnellate. Uno dei principali problemi dell’inquinamento da plastica risiede nel fatto che, questo materiale è molto resistente alla degradazione, e i suoi frammenti perdurano per parecchio tempo negli ecosistemi.

Si pensava di risolvere tutto con la “plastica biodegradabile”, ma non si sono ottenuti i risultati sperati. Forse dovremmo un attimo soffermarci su alcune domande: cosa vuol dire davvero biodegradabile? Quanto tempo impiega la plastica a degradarsi, mesi o anni?

Uno studio appena pubblicato sulla rivista Plos One da parte di un gruppo di scienziati dello Scripps Institution of Oceanography alla University of California, San Diego e dello State Key Laboratory of Continental Dynamics di Xi’an, in Cina ha cercato di chiarire alcuni aspetti della situazione. Sembra che questo tipo di rifiuti resti inalterato per ben 14 mesi, avete capito bene, questa è la sorte della plastica di uso comune etichettata come biodegradabile.

Qualcosa, dunque, non va e gli autori del lavoro, in particolare, hanno cercato di distinguere due termini, molto spesso confusi, “biodegradabile” e “compostabile”, facendo una differenza tra i materiali che possono essere degradati soltanto in ambienti industriali controllati, e quelli che invece si annientano nell’ambiente naturale. E grazie al loro studio, è stato evidenziato come spesso quello che erroneamente chiamiamo biodegradabile in realtà non lo è veramente.

pesce intrappolato in guanto di plastica

Le etichette ingannevoli

Per trovare una soluzione a questo problema, negli ultimi anni gli scienziati hanno sviluppato molteplici prodotti che possono rimpiazzare la plastica tradizionale sintetizzata partendo dal petrolio. Gli obiettivi erano due: il primo riguardava la riduzione della dipendenza dai combustibili fossili, il secondo era quello di rendere i prodotti di scarto più rispettosi dell’ambiente. Fra questi candidati da eleggere come sostituti ci sono i Pla, polimeri dell’acido lattico nati dalla fermentazione di zuccheri e amidi.

Queste sostanze hanno una peculiarità non indifferente, sono infatti, in grado di decomporsi alle alte temperature che si raggiungono nei siti di compostaggio; e gli autori del lavoro appena pubblicato hanno cercato di capire come si comportano invece nell’ambiente naturale. I ricercatori hanno introdotto svariati campioni di materiali, a base di petrolio, a base di cellulosa, a base di Pla, e altri formati da un mix di petrolio e cellulosa, in gabbie sommerse posizionate al largo della costa di La Jolla, in California, tenendo il tutto sotto osservazione ogni settimana per capire le tempistiche di degradazione.

Dai risultati è emerso come i materiali a base di cellulosa in effetti, si decompongono davvero celermente, in circa un mese; gli altri, invece, non hanno presentato segni di degradazione durante tutti i 14 mesi dell’esperimento.

“I nostri risultati indicano che il termine ‘compostabile’ comunemente associato ai Pla non implica un effettivo degrado nell’ambiente naturale. Perciò, dichiarare che le plastiche compostabili siano biodegradabili conduce fuori strada, in quanto può trasmettere l’idea che il materiale si degradi nell’ambiente. Le plastiche a base di Pla, invece, si degradano solamente in apposite strutture industriali”, ha spiegato Sarah-Jeanne Royer, una degli autori dell’articolo.

Questo è uno dei pochi studi a essersi occupato della comparazione di biodegradabilità di diversi materiali, da quelli completamente sintetici a quelli completamente biologici, in condizioni controllate. “Alla luce dei nostri risultati, riteniamo sia necessario definire dei test standardizzati per etichettare un materiale come effettivamente ‘biodegradabile’, così che i consumatori siano adeguatamente informati su quello che usano e comprano”, conclude la dott.ssa Royer.