Il fast fashion esiste da sempre, eppure ne parliamo relativamente da poco, da quando tv, social e giornali hanno iniziato a porre l’attenzione sul fenomeno, in ottica di uno pseudo sviluppo sostenibile. Un punto di partenza possibile è il seguente: il fast fashion è insostenibile. Il termine deriva dall’inglese e definisce la realizzazione di abiti a bassa qualità a prezzi ridotti, presenti negli store in maniera veloce ed in continuo riassortimento.
Ma da dove nasce l’esigenza di avere molti abiti e a prezzi bassi? Forse dalla possibilità di poter disporre di varie opzioni di scelta?
Il termine “Fast Fashion” serve a descrivere il modello di produzione e relativo consumo nell’industria dell’abbigliamento basato su tempi veloci e costi bassi dei nuovi capi di moda in grado di rispondere rapidamente alle tendenze di moda e talvolta per poterle anticipare.
Alla base di questo modello si trova la produzione su larga scala: le aziende producono quantità molto elevate di capi di abbigliamento per ridurre i costi di produzione e massimizzare i profitti, spesso incuranti o presunti tali, delle condizioni di lavoro alle quali le persone sono sottoposte per poter garantire una mole così grande di vestiti ai consumatori affamati di “tendenze del momento”.

Il modello di fast fashion
Oltre al tema delle condizioni di lavoro precarie, il modello di fast fashion ha ricevuto delle critiche anche per gli impatti negativi sull’ambiente poiché il rapido ciclo di produzione unito alla produzione su larga scala, possono portare ad un notevole spreco di risorse e ad un inquinamento ambientale importante.
Il terzo rischio nell’acquistare capi fast fashion è quello di contribuire inconsapevolmente allo sfruttamento della manodopera quali l’impiego di lavoro minorile ed il pagamento di stipendi eccessivamente bassi ai lavoratori. Non solo: acquistare capi di abbigliamento di questa tipologia, espone gli acquirenti ad un ulteriore rischio per la propria salute, dovuto alla bassa qualità dei tessuti utilizzati, spesso non traspiranti e con molti prodotti chimici, utilizzabili per un paio di volte e poi gettati via.
Alla luce di un quadro così preoccupante e per mitigare i rischi, è importante che i consumatori prendano delle decisioni informate riguardo ai propri acquisti. Tra le alternative, si possono considerare le aziende che adottano pratiche sostenibili ed etiche, come l’uso di materiali riciclati, il rispetto delle norme del lavoro e la trasparenza nella catena di fornitura. Inoltre, cercare di acquistare abbigliamento di qualità e che garantisca una durata più lunga nel tempo. Un’altra buona pratica è quella di ricorrere al vintage o second hand per poter dare una seconda vita ai capi inutilizzati.
