Si chiama “Regional impact of climate change on European tourism demand” ed è lo studio realizzato dal Centro comune di ricerca della Commissione europea (JRC), che analizza in che modo il turismo e i suoi flussi saranno condizionati dai cambiamenti climatici in atto. Uscito a fine maggio di quest’anno, non ha probabilmente avuto l’attenzione che meritava visti i disastri prodotti dagli eventi climatici che hanno costretto alla fuga di masse di turisti dai luoghi prescelti per quella che doveva essere una villeggiatura, la Grecia su tutti.
Il documento realizzato dal JRC raccoglie i dati di 269 regioni nell’arco di vent’anni allo scopo di cercare di prevedere l’andamento del settore turistico europeo da qui al 2100.
Nel dettaglio, i ricercatori hanno simulato gli impatti dei futuri cambiamenti climatici sulla domanda turistica per quattro livelli di riscaldamento (1,5°C, 2°C, 3°C e 4°C) in due percorsi di emissione: ebbene, i i risultati mostrano che a pagare il prezzo più alto del riscaldamento globale sarà proprio l’Europa Meridionale e le sue aree costiere, su tutte le più esposte a eventi meteorologici estremi e all’innalzamento del livello dei mari.
Ebbene, ragionando su scenari di riscaldamento di 3 °C o 4 °C (ritenuti i più probabili dalla maggior parte degli studi previsionali realizzati sinora), i ricercatori hanno valutato cambiamenti significativi nei modelli di domanda turistica per l’Europa, con una decisa virata verso l’Europa centrale e settentrionale (+ 3% del numero di pernottamenti in 106 regioni) a scapito di quella meridionale dove ben 52 regioni – tra cui Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, Romania, Bulgaria e Cipro – perderanno decisamente il loro appeal.

Tradotta in percentuali, l’analisi degli studiosi prevede che da qui al 2100 le isole greche potrebbero perdere fino al 9% del numero di pernottamenti mentre l’Italia e le sue isole – maggiori e minori – potrebbe trovarsi ad affrontare una perdita di pernottamenti oltre i 5 punti percentuali. Tutto questo a beneficio di regioni occidentali come il Galles che invece registrerebbe un aumento di pernottamenti del 16%, ma anche di altri paesi nordici come la Germania, la Danimarca, la Finlandia, l’Irlanda, i Paesi Bassi e la Svezia.
Passando poi dai dati percentuali al vil denaro, la faccenda si fa ancora più preoccupante. L’Europa, con il suo 51% di arrivi internazionali è la regione più visitata al mondo e il solo settore turistico genera il 5% del PIL dell’Ue; se a questo si somma il contributo del settore ausiliario il valore del PIL Ue sale al 10%. È evidente pertanto che se non si trova una soluzione che garantisca la sostenibilità del turismo minacciata dall’escalation del riscaldamento globale, le conseguenze rischiano di mettere in crisi intere economie.
Al fine di scongiurare simili scenari, l’Unione Europea ha aperto uno spazio comune di dati per il turismo che consentirà alle imprese del settore turistico e agli enti pubblici di condividere un’ampia gamma di informazioni da utilizzare per sviluppare servizi e modelli turistici innovativi, migliorare la sostenibilità dell’ecosistema turistico e rafforzarne la resilienza e la competitività economica.
