6 novembre: Giornata internazionale delle Nazioni Unite per la prevenzione dello sfruttamento dell’ambiente in situazioni di guerra e conflitto armato. A proclamarla, il 5 novembre del 2001, l’Assemblea Generale dell’ONU. La ricorrenza si propone di sensibilizzare la società sugli effetti dannosi prodotti dalla guerra e dai conflitti armati sull’ambiente. Vittime della guerra sono i soldati e i civili, ma anche le risorse naturali e gli ecosistemi. In una parola: il PIANETA.
Gli effetti dei conflitti armati sull’ambiente vengono troppo spesso trascurati.
Anche sulla pagina istituzionale dell’Arma dei Carabinieri si ricorda che “ad ogni episodio di guerra, verificato nella storia, si collega come conseguenza un danneggiamento ambientale. L’applicazione di armi, l’abbattimento di strutture, gli incendi boschivi e i trasporti militari sono tutti possibili esempi dell’impatto distruttivo che i conflitti hanno sull’ambiente”.
Un dramma se si pensa a quanti paesi del mondo sono proprio adesso in guerra. Ma perché si fa riferimento ai conflitti armati nell’ambito ambientale?
Si pensi alle conseguenze cagionate durante la seconda guerra mondiale sino a quelle del Congo, del Sudan, della Somalia, del Ruanda, alla catastrofe di Chernobyl, nella quale si verificò una quantità sproporzionata di rilascio di materiale radioattivo, all’attentato alle Torri Gemelle negli Stati Uniti dove si formò il famoso pennacchio atmosferico costituito da materiali tossici e causato dalla perdita di carburante dei jet, per non parlare dei bombardamenti alle trincee petrolifere come nella guerra del Golfo del 1990, che hanno causato un elevato inquinamento atmosferico.
Per non parlare poi del conflitto tra Russia e Ucraina. Come riportato nella lettera aperta dell’Environmental Peacebuilding Association – firmata da quasi mille scienziati e non, provenienti da 156 organizzazioni differenti e università di fama internazionale come il Massachusetts Institute of Technology, la Johns Hopkins University o il King’s College di Londra – l’invasione russa e la guerra in corso portano con loro una lunga serie di rischi ambientali, che si estendono ben oltre il potenziale di un disastro nucleare. Tra questi rischi, i possibili impatti sulla biodiversità rappresentano una grave minaccia da non sottovalutare. (www.scienzainrete.it). Come sottolinea anche lifegate.it la devastazione ecologica causata dalla guerra in Ucraina dell’ultimo anno ha pochi precedenti nella storia. L’impatto su flora e fauna dei bombardamenti e dei combattimenti è gravissimo, così come gravissime sono le conseguenze sull’agricoltura e in termini di emissioni. Quella in corso è prima di tutto una tragedia umanitaria, ma anche ambientale. E le due cose non vanno separate, dal momento che i danni ecologici di oggi sono la miccia per ulteriori catastrofi umanitarie di domani.

Che dire poi del terribile conflitto in corso tra Israele e Hamas?
La guerra moderna ha un enorme impatto sull’ambiente, un impatto che si estende attraverso una sfaccettata e complessa varietà di effetti a breve, medio e lungo termine.
Il conflitto ha accumulato enormi costi ambientali. Il consumo stellare di carburanti fossili ha un’enorme impronta di carbonio. In qualche caso, il degrado degli ecosistemi causato dai combattimenti può rivelarsi irreversibile. E questi costi peseranno a lungo anche dopo i combattimenti, sia localmente sia globalmente. Ecco che il messaggio alla base della celebrazione del 6 novembre è quello di garantire che la protezione dell’ambiente venga ricompresa nelle più ampie strategie per la prevenzione dei conflitti e il mantenimento della pace. Non può esistere una pace duratura se vengono distrutte le risorse naturali e gli ecosistemi sui quali si basano i mezzi di sussistenza della popolazione.
Risorse idriche inquinate, raccolti e foreste devastati e animali uccisi troppo spesso rientrano nelle strategie militari. Ma non solo, il controllo delle risorse naturali è tra i fattori che scatenano i conflitti. Questi sono i temi affrontati dal Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), i cui studi hanno dimostrato che negli ultimi 60 anni almeno il 40 per cento di tutti i conflitti interni erano connessi allo sfruttamento delle risorse naturali.
Ad oggi, le Nazioni Unite coordinano sei agenzie e dipartimenti per aiutare i paesi a identificare e prevenire i fattori che portano alla distruzione delle risorse naturali in situazioni di guerra, promuovendo azioni di costruzione della pace: il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), il Programma delle Nazioni Unite per gli Insediamenti Umani (UNHABITAT), l’Ufficio per il Supporto al Consolidamento della Pace (PBSO), il Dipartimento degli Affari Politici (DPA) e il Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali (DESA).
Il 27 maggio 2016 le Nazioni Unite hanno adottato la Risoluzione UNEP/EA.2/Res.15, che ha riconosciuto il ruolo degli ecosistemi integri e delle risorse naturali gestite in modo sostenibile nel ridurre il rischio di conflitti armati e ha ribadito il suo forte impegno per la piena attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile elencati nella risoluzione 70/1 dell’Assemblea Generale intitolata “Trasformare il nostro mondo: l’agenda del 2030 per lo sviluppo sostenibile”.
Ecco che il 6 novembre in tutto il mondo si osserva una giornata di riflessione e raccoglimento. La devastazione del territorio rientra infatti nella pianificazione strategico-militare e i danni causati dagli scontri vengono spesso trascurati: le Nazione Uniti chiedono al mondo intero di fermarsi al fine di garantire la protezione dell’ecosistema per il mantenimento di una pace duratura.
Riferimenti:
www.un.org/environmentconflictday
www.unenvironment.org/news-and-stories

