William Shakespeare nell’atto II, scena II dell’opera Romeo e Giulietta, fa pronunciare a Giulietta le parole “Cosa c’è in un nome? Quello che chiamiamo rosa con un altro nome profumerebbe ugualmente dolce”. In realtà il nome è un elemento importante, chiave dell’identità personale, che facilita la comunicazione e contribuisce al riconoscimento e alla memoria, oltre ad avere una serie di implicazioni sociali, legali e psicologiche. Il ritenere che solo nel genere umano si diano nomi sarebbe un’affermazione non solo presuntuosa, ma anche sbagliata. Siamo, infatti, portati a ritenere che gli animali siano molto più semplici nelle relazioni e nei comportamenti, mentre nella realtà esiste molta più ricercatezza ed eleganza di quanto, in modo errato, siamo abituati a pensare.

Una ricerca pubblicata il 10 giugno su Nature Ecology & Evolution, dal titolo “Gli elefanti africani si rivolgono l’un l’altro con richiami specifici simili a nomi” di Michael A. Pardo et al., ha messo in evidenza come gli elefanti africani selvatici si rivolgano l’un l’altro con richiami specifici individuali. Quello che è stato messo in evidenza da Pardo e i suoi colleghi durante l’osservazione degli elefanti africani, è diverso da ciò che in precedenza è stato descritto per i delfini tursiopi (Tursiops truncatus) e i parrocchetti frontearancione (Eupsittula canicularis) che si identificano imitando i richiami di coloro a cui si rivolgono. Gli elefanti africani selvatici, infatti, si rivolgono l’un l’altro probabilmente senza fare affidamento sull’imitazione del destinatario. Tra il 1986 e il 2022, Pardo e colleghi hanno registrato i i profondi rimbombi delle femmine selvatiche di elefanti della specie Loxodonta africana, il più grande animale terrestre, tipica della savana, e della loro prole nel Parco nazionale di Amboseli e nelle riserve nazionali di Samburu e Buffalo Springs, nel Kenya meridionale. I ricercatori hanno analizzato le registrazioni di 469 rimbombi attraverso le moderne tecniche di apprendimento, identificando correttamente a quale elefante veniva indirizzato il 27,5% delle volte, suggerendo che i richiami fossero diretti proprio ad un elefante specifico. “Abbiamo utilizzato l’apprendimento automatico – spiega Michael Pardo – per dimostrare che il destinatario di una chiamata poteva essere previsto dalla sua struttura acustica, indipendentemente da quanto la chiamata fosse simile alle vocalizzazioni del destinatario”. Utilizzando le registrazioni, i ricercatori, inoltre, si sono resi conto che l’elefante si dirigeva verso un rimbombo specifico, mentre gli altri elefanti rimanevano indifferenti, come a rispondere alla chiamata del proprio nome. Il prossimo passaggio della ricerca sarà quello di cercare di capire il modo in cui gli elefanti definiscono le informazioni nei loro richiami.
Saranno sicuramente necessarie, comunque, ulteriori prove per confermare se effettivamente gli elefanti si chiamino davvero per nome, ma comprendere le relazioni sociali degli elefanti e il ruolo di ciascun individuo nel gruppo è importante per gli sforzi di conservazione, per questa specie in particolare, che dal 2004 è elencata come vulnerabile nella Lista rossa IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), minacciata principalmente dalla distruzione dell’habitat e in alcune parti del suo areale anche dal bracconaggio per la carne e l’avorio. Inoltre, trovare analoghi di nomi non imitativi in altre specie, oltre a quella umana, potrebbe avere importanti implicazioni per la comprensione dell’evoluzione del linguaggio stesso.
