Il cervello umano è in grado di distinguere le persone in base all’età, all’etnia e al genere, ascoltandone la voce, grazie ad una serie di indizi acustici che forniscono informazioni su queste caratteristiche. Il cervello, infatti, elabora queste informazioni, utilizzando diverse aree corticali specializzate nel riconoscimento vocale e nella percezione del linguaggio. L’integrazione di questi segnali acustici consente al cervello di fare inferenze rapide e spesso accurate riguardo al genere, all’età e all’etnia della persona che parla.
Anche in questo caso la scienza ci viene in soccorso per sfatare che tale capacità sia ad esclusivo appannaggio della specie umana e diversi studi sugli elefanti africani (Loxodonta africana) hanno fornito importanti dati, grazie all’osservazione del loro comportamento. In particolare, i biologi Karen McComb and Graeme Dhannon dell’Università del Sussex, hanno ipotizzato, basandosi su dati e deduzioni scientifiche, che i succitati elefanti, siano in grado di ascoltare il parlato degli uomini ed usare ciò che hanno udito.
L’abilità degli animali di accumulare esperienza nella classificazione della minaccia di predatori in base al tipo e alla grandezza del rischio associato ad essi è un elemento i cui benefici sono facilmente intuibili per la salvaguardia della loro stessa vita. Ovviamente per molte specie selvatiche quella umana rappresenta uno dei predatori più pericolosi, aspetto particolarmente più evidente nelle zone in cui si verifica una diminuzione delle aree per la vita selvatica, che determinano una crescente lotta per il territorio tra uomo ed animali. Il riuscire, per gli animali, a codificare in tempi rapidi eventuali minacce, rappresenta quindi un tratto importante per la sopravvivenza.

Ciò che gli scienziati sopra citati e i loro colleghi hanno verificato nei loro studi, è che gli elefanti africani sono in grado di distinguere appartenenti ad etnie differenti, riuscendo a discernere il genere maschile e femminile e l’età ascoltandone la voce. I ricercatori hanno riprodotto le registrazioni di voci di due etnie locali a 47 gruppi familiari di elefanti nel Parco Nazionale di Amboseli in Kenya e hanno monitorato il comportamento degli animali. Le differenze erano notevoli. Quando gli elefanti sentivano i Maasai – che periodicamente entrano in conflitto con gli elefanti per l’accesso all’acqua e i pascoli per il loro bestiame, era molto più probabile che annusassero cautamente l’aria o si stringessero insieme rispetto a quando sentivano i Kamba – che non rappresentano una minaccia particolare, visto il loro stile agricolo. Infatti, gli animali si raggruppavano quasi il doppio più strettamente quando sentivano i Maasai.
Shannon e i loro colleghi si sono poi chiesti se il solo linguaggio Maasai fosse un segnale di pericolo, oppure se gli animali rispondessero alla combinazione del linguaggio e alla voce di un uomo adulto. Per scoprirlo, hanno registrato donne e ragazzi Maasai che dicevano la stessa frase e monitorato le risposte delle famiglie di elefanti. Le differenze erano simili a quanto osservato con i Kamba: gli elefanti erano meno propensi a fuggire dalle voci delle donne e dei ragazzi rispetto a quanto facessero con quella degli uomini Maasai, e si raggruppavano meno strettamente. Altro aspetto interessante che i ricercatori hanno notato è che le famiglie di elefanti guidate da matriarche di più di 42 anni non si ritiravano mai quando sentivano le voci dei ragazzi, ma quelle guidate da matriarche più giovani si ritiravano circa il 40% delle volte, in quanto dotate di un’ovvia minore esperienza.
Sebbene gli studi richiedano sicuramente ulteriori approfondimenti, quello che è stato provato scientificamente è nella mente degli animali ci sia molta più raffinatezza di quanto possiamo immaginare.
