Sono nato in Piemonte, a Pinerolo, città della cavalleria (nel senso militare del termine), 54 anni fa, da emigranti: mio padre di Massa, in provincia di Massa-Carrara, e mia madre siciliana, della provincia di Caltanissetta. Ho vissuto lì la prima infanzia e poi ci siamo trasferiti in Toscana dove di fatto ho compiuto tutti gli studi, almeno fino alla laurea (a Pisa), conseguita “in ritardo” a seguito della mia condizione di lavoratore-studente. A quella è seguito un master in Comunicazione della Scienza alla SISSA di Trieste, un secondo master in Tecnologie Internet e, “da vecchio”, un dottorato in Ingegneria Energetica presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Meccanica (DICAM) dell’Università di Trento.

Formazione che, per accenni, è molto eterogenea e spazia appunto tra la scienza – comunemente intesa – e le discipline umanistiche. Ho un diploma da perito industriale e quindi la “logica” via fu inizialmente quella di ingegneria, che però – dopo un paio di esami e un paio d’anni di autentico patimento – decisi di abbandonare in favore… dell’opposto: dalla certezza elevata a scienza (l’ingegneria, appunto) al dubbio elevato a scienza (la filosofia). Così, mentre cominciai a fare lavori e lavoretti più o meno duraturi e interessanti, ma sempre in ambito tecnico-scientifico (dalla riparazione di apparecchi elettromedicali, alla realizzazione di software per macchine a controllo numerico…), intrapresi la via della filosofia (della scienza – non avrebbe avuto senso nessun altro percorso per quanto mi riguarda). A un certo punto vinsi un concorso nelle ferrovie e questo mi diede la stabilità (anche economica) per arrivare a laurearmi. Un anno dopo circa passai la selezione per il master di Trieste e da quel momento la mia vita cambiò (in meglio).
Uno dei corsi del master era proprio “editoria” e ebbi come docenti due validissimi professionisti: Luigi Civalleri e Martha Fabbri. Compresi cosa significasse “fare libri”, in tutte le sue fasi, dal concepimento (o in alternativa: dall’acquisizione dei diritti di traduzione), fino alla pubblicazione e successivamente al marketing. Un bagaglio che rimase “nel cassetto” per un po’ fino a quando non incontrai nuovamente, anni dopo, Daniele Gouthier (discussi la tesi del master SISSA con lui come relatore, benché di un solo anno più vecchio di me), con cui fondai Scienza Express. Dopo un lungo periodo di incubazione finalmente uscimmo con i primi libri, ma vinsi anche un concorso al Consiglio Nazionale delle Ricerche e quindi dovetti scegliere – anche per motivi legali: un dipendente pubblico non può avere rapporti di lavoro di altra natura, altrove. Con grandi mal di pancia lasciai l’impresa nelle mani di Daniele che se ne fece carico e anzi: con i partner attuali è riuscito a dare vita a una vivace e solida realtà editoriale – cosa non da poco, di questi tempi. Io che però avevo “imparato a fare libri”, non mi volevo arrendere all’idea di vedere messo da parte tutto ciò che avevo capitalizzato, così decisi di trasformare l’editoria in una passione: il CNR mi dava lo stipendio e nel mio tempo libero – dopo aver fondato un’associazione senza scopo di lucro, ma “con finalità di diffusione culturale attraverso l’editoria” – avrei realizzato le mie edizioni.
Esatto, siamo arrivati proprio lì. All’inizio l’idea fu quella di una divisione in collane che guardassero al presente (da qui il nome Indicativo Presente) e, in qualche modo, evidenziassero fenomeni sociali che ritenevo (e ancora ritengo) importanti. All’epoca frequentavo la Val di Susa e inevitabilmente venni in contatto con il movimento No Tav. Ma l’idea era più generale ed è quello il fil rouge che lega i diversi titoli in collana. A questa si affiancava la passione per la storia della Resistenza, ma anche di una forma di resistenza calata nell’attualità (ritroviamo anche qui, in Biblioteca Resistente, un “titolo No Tav”…). Poiché sono sempre stato un curioso cronico e, data la mia formazione (e la mia pur breve esperienza in Scienza Express), non potevo però esimermi dal tornare sui miei passi con altre due piccole collane: una legata alla divulgazione scientifica in senso più stretto, che ho chiamato Avventura Scientifica, perché la scienza per i pionieri e i fondatori di certe discipline fu una sorta di avventura anche nel senso proprio del termine – penso al libriccino su un Darwin visto – anzi: immaginato, visto che si tratta di una versione comunque romanzata di questa storia – dal comandante del “Beagle” Robert FitzRoy.
Mentre l’ultima collana, in realtà la più nutrita, deriva dall’acuirsi di una sensibilità verso la questione delle risorse, del loro declino, di come stiamo “trattando” il mondo. Una collana, Apocalottimismo, che mutua il nome da una sorta di “movimento” al di là dell’oceano, che nasce con un libro (che prosegue in un sito) e che ne raccoglie in realtà molti altri, tutti di saggistica (a parte uno, un tentativo di narrativa in cui ha un ruolo di grande importanza una intelligenza artificiale), tra “vecchio” e “nuovo” perché molte cose furono scritte anche molti anni fa, ma furono bellamente ignorate. Forse è arrivato il momento di rileggerle (e magari di agire di conseguenza).
Pensa al prossimo libro da pubblicare, cerca, per quanto può di sostenere questa editoria di nicchia, nella speranza di sensibilizzare, per quanto possibile, il prossimo. Soprattutto: combatte una battaglia impari sul lato economico e del tempo impiegato. Ma, si diceva, è una passione e le passioni “non hanno prezzo”, no?
Proprio perché il tempo è per definizione poco, questo non è il mio vero lavoro (anche se a tratti mi impegna molto), cerco di selezionare con cura i titoli. Senz’altro una delle svolte è stato Picco per capre, perché ha aperto questa collana che ritengo importante, un sito web autonomo (una specie di spin off) e si sta configurando come un piccolo long seller: a distanza di 7 anni dalla sua pubblicazione continuo a venderne qualche copia. Poche, ma pur sempre qualcuna. Segno che il taglio del libro e il suo impianto restano attuali, di buona divulgazione e, in una certa misura, di facile lettura. Altri ce ne sarebbero, ma temo di rubare troppo spazio.
Sì, è stato il frutto di una serie di fortunate coincidenze, a partire da una scuola estiva (la prima e per adesso l’unica) realizzata dal Club di Roma (il think-tank che commissionò il report), a Firenze, per il tramite di uno dei suoi (pochi) membri italiani, il prof. Ugo Bardi. Era il 2017 ed io in quel frangente, oltre a essere il piccolo editore di nicchia che sono, ero dottorando all’Università di Trento. L’idea mi venne lì e ci lavorai – nei ritagli di tempo – un anno, per arrivare alla nuova pubblicazione che soprattutto, come scrivo nella nota editoriale, cerca di rendere una sorta di “giustizia semantica” al titolo, The Limits to Growth, originariamente tradotto nella versione italiana con I limiti dello sviluppo. La crescita (economica) è un mantra, un mito intoccabile oggi, figuriamoci mezzo secolo fa, quando si era ancora nell’onda di piena del boom economico anche qui in Italia! Non si poteva quindi parlare di limiti alla crescita (sottintendendo sempre, in primis, economica, in cui confluiscono tutti gli altri tipi di crescita). Da lì a un anno infatti (2018) si sarebbero tenute le celebrazioni proprio per la fondazione del Club di Roma (nato nel 1968 sulla spinta dell’italiano Aurelio Peccei) e mi sarebbe piaciuto arrivarci con il libro nuovo, una edizione che commemorasse (e rendesse nuovamente disponibile) un testo fondamentale, su cui si sono formate intere generazioni. Grazie anche all’aiuto del prof. Bardi, l’operazione riuscì e il libro… uscì. È una cosa che in una certa misura mi rende fiero. Se mi chiedessero: “chi sei?”, risponderei che tra le tante altre cose che sono (stato), sono anche quello che ha pubblicato di nuovo, dopo 50 anni, I limiti alla crescita. Scelta azzeccatissima, per altro, visto che qui parliamo di vero long seller.

Il senso del limite. Un senso che la nostra società nella sua interezza e complessità disconosce come minimo a partire dalla pubblicazione di quel saggio nel 1972: tutto sembra essere fatto per essere più grande, più performante, più… più… più… La nostra è una società basata su una sorta di demente ipertrofia, dove “più è meglio” è una sorta di assioma che sta devastando l’ambiente, gli ecosistemi, quello che banalmente abbiamo intorno. Non ci si accontenta e non c’è un vero senso del limite che dovremmo, anche come singoli, autoimporci. Invece, appena si può, via: un viaggio, una vacanza, un aereo, un nuovo oggetto, in una sorta di bulimia che non soddisfa una fame (di oggetti? di esperienze?) che sembra essere inestinguibile e anzi, finisce per lasciarci più affamati di prima.
Sì, ma come hanno dimostrato – direi: senza dubbio scientificamente – gli autori del Mito della Crescita Verde, il disaccoppiamento tra “crescita verde” e consumo di risorse è un mito e il Green Deal si trasforma quindi in una specie wishful thinking, un desiderio purtroppo irrealizzabile. Molte autorevoli analisi sono seguite a questo lavoro e hanno preso, per esempio, come riferimento anche l’idea di “economia circolare” che purtroppo ne esce molto ridimensionata, se non proprio ridotta a una “chimera” anche lei. Insomma: se si è onesti intellettualmente si dovrebbe intanto cominciare a capire e a introiettare questo “senso del limite” ormai scomparso ed evitare – a tutti i livelli, quello della ricerca in primis – di raccontare favole a noi stessi. Siamo otto miliardi – e lo siamo diventati in sostanza nell’arco di una generazione: mio padre è nato nel 1945 e quell’anno (certo: all’indomani di una guerra mondiale con oltre 60 milioni di morti) eravamo circa 2 miliardi e mezzo. Ogni anno le cose peggiorano, sia per lo sfruttamento delle risorse (l’overshoot day ogni anno viene qualche giorno prima dell’anno precedente), sia per gli effetti del cambiamento climatico che non fanno che peggiorare le cose. Se non troviamo da soli il limite ai nostri stili di vita, ci penserà la Natura a trovarceli, ma c’è da credere che il tutto sarà molto più doloroso di una decrescita volontaria, magari poco felice, ma almeno non drammatica.

Beh, intanto chi si occupa di giornalismo dovrebbe essere una persona curiosa e formarsi su questi temi su cui, almeno personalmente, vedo ancora grande superficialità. Uno dei pregi del già citato Picco per capre (e credo che questo aspetto peculiare ne abbia fatto un piccolo best seller nel suo genere) è quello di permettere al lettore di “unire i puntini”, come in uno dei celebri giochi della Settimana enigmistica. La crisi climatica è quella mediaticamente sovraesposta perché l’evento meteo estremo certamente fa notizia. Uno dei film proiettati all’ultima edizione di Cinema Ambiente, una importante rassegna cinematografica tardo-primaverile che si tiene a Torino, è un collage di video amatoriali, girati quasi sempre con un cellulare, in cui gli autori erano di fronte a uno di questi eventi estremi: dalla furia dell’invasione di cavallette in Centrafrica, a uno dei tanti uragani che si abbattono periodicamente nel continente americano. La frase più ricorrente di questa “presa diretta” è “Oh my God!”. Ma bisogna essere capaci di andare oltre quella che, proprio in Picco per capre, è stata definita la punta dell’iceberg, la montagnola che si vede, ma che sappiamo aver sotto la superficie il grosso della sua mole. La crisi climatica nasce dalla “trappola” dei combustibili fossili (petrolio, gas e carbone) grazie ai quali il mondo va avanti, visto che insieme costituiscono ancora il soddisfacimento di oltre l’80% della richiesta di energia primaria. Parlo di trappola perché, a meno di non essere disposti a “fermare” il mondo (un po’ come è successo durante il lockdown duro durante l’epidemia di Covid), per il momento non possiamo farne a meno, ma ogni molecola di CO2 in più che buttiamo per aria grazie alla combustione è un aggravamento della condizione climatica globale. Il dilemma inoltre ha almeno tre corni, uno dei quali è quello (macro)economico: energia vuol dire produzione, produttività e in sostanza PIL di un Paese, oltre al benessere diffuso che in Occidente conosciamo. Come se ne esce? Questo è il vero grande dilemma che va oltre quello che vediamo durante un fenomeno meteo estremo – anche lui gravido di conseguenze, per altro, visto che già oggi molte assicurazioni, per esempio, non sono disposte a far sottoscrivere polizze che tutelino verso i danni da eventi atmosferici. Andrebbe rifondata la società su paradigmi diversi dall’attuale, che non sono oggettivamente più sostenibili, che non lo sono mai stati per la verità, ma che quella che viene chiamata grande accelerazione, ha esacerbato.
Qui rispondo “male” perché l’anagrafe vuole la sua parte. Sono sul limitare dei 54 anni che arrivano, inesorabili, a fine luglio. Solo una generazione fa potevo essere considerato quasi un vecchio e, in una certa misura, data l’accelerazione informatica cui tutti – volenti o nolenti – siamo soggetti, forse vecchio lo sono davvero. Le mie conoscenze informatiche mi hanno sempre fatto diffidare da una trasposizione anche solo verso gli e-book (che sono il primo a riconoscere essere praticissimi, oltre che molto funzionali) dei libri di Lu::Ce edizioni. Capisco perfettamente che questo sia un errore e certamente un limite, ma per me il libro cartaceo è in sé una forma di resilienza. Non ha bisogno di nulla per essere letto, se non di luce sufficiente per distinguere i caratteri sulla pagina. Null’altro. Questo senz’altro ne penalizza la diffusione, ma io ricordo che da ragazzo i libri li andavo a cercare, me li appuntavo (lo faccio ancora adesso!) e se non li trovavo, li cercavo in quell’immenso tesoro, ancora funzionante, che sono le biblioteche pubbliche. I libri sono custodi di un sapere; la loro declinazione cartacea li fa essere qualcosa di tangibile, di reale e tutti i libri, che parlino di ambiente o meno, continuano, ai miei occhi, ad avere quel ruolo. Il libro cartaceo lo posso prestare o regalare, quello elettronico quasi certamente lo posso regalare ma non prestare perché tipicamente legato a un account individuale e personale, cosa che vedo – proprio come filosofia di vita – come il limite più grosso a quello che dovremmo, come società, cercare di contrastare: l’individualismo. Come diceva un saggio come Gandhi, “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”. Io, nel mio piccolissimo, parto da qui. Con i libri oggi – a meno di non essere editori grandi o grandissimi – non si campa o si campa male e “fare libri” in un Paese come il nostro è senz’altro un’operazione culturale più che di ogni altro tipo.
