Compensare le emissioni di CO2 attraverso i crediti di carbonio è la strada scelta dalla maggior parte delle grandi aziende e l’Unione Europea la considera uno strumento utile per raggiungere la tanto spesso invocata neutralità climatica entro il 2050. Eppure uno studio dell’organizzazione ambientalista indipendente europea Transport & Environment, rivela che 12 Paesi europei non raggiungeranno gli obiettivi climatici nazionali fissati per la fine di questo decennio a causa dell’eccessiva fiducia nei crediti di carbonio. Tra questi Germania e Italia che mancheranno il target con una differenza rispettivamente 10 e 7,7 punti percentuali. Di conseguenza, potrebbero consumare il surplus di crediti disponibili per gli altri. Nonostante le buone intenzioni, insomma, il mercato dei crediti di carbonio resta controverso e si sta rivelando tutt’altro che utile a raggiungere lo scopo per cui è stato concepito.

Cosa è e come sta funzionando la compensazione della CO2?
La vendita dei crediti dovrebbe generare un flusso di reddito da investire nuovamente nella conservazione delle foreste, fondamentale per proteggere non solo il carbonio che la biomassa contiene, ma anche altri servizi ecosistemici e la biodiversità.
Imprese, organizzazioni, produttori mondiali di combustibili fossili e individui possono acquistare crediti di CO2 sul mercato volontario (voluntary offset market) misurati in tonnellate di emissioni di anidride carbonica, almeno in teoria rimossa dall’atmosfera attraverso, ad esempio, la costruzione di un parco eolico o la tutela di una foresta in un altro paese, spesso in via di sviluppo.
“Almeno in teoria”, come dimostra un’analisi di Carbon Brief condotta su 34 aziende nel settembre 2023 e durata 5 anni secondo cui ben due terzi di queste, intenzionate ad azzerare le emissioni nette, hanno fatto affidamento a tale possibilità con il risultato però che quasi la metà dei progetti esaminati ha sopravvalutato la capacità di ridurre le emissioni di CO2.
Nel mercato dei crediti di carbonio aziende e Paesi possono pagare intermediari per ridurre le emissioni in altre parti del mondo, per esempio attraverso programmi di riforestazione nei Paesi in via di sviluppo, con un atteggiamento colonialista nei confronti dei paesi più colpiti dalla crisi climatica. È il greenwashing (letteralmente “lavaggio verde)”, un “lavarsi la coscienza ” per migliorare la propria reputazione da inquinatori ad agent virtuosi attraverso azioni solo apparentemente benefiche per l’ambiente. E’ ciò che è successo in Brasile dove dopo un’inchiesta di oltre un anno, “l’Operazione Greenwashing”, portata a termine dalla polizia federale brasiliana sono emerse connessioni tra i progetti finalizzati alla mitigazione del cambiamento climatico di riduzione delle emissioni dalla deforestazione delle foreste e da degrado, (Reducing Emissions from Deforestation and Forest Degradation) i cosiddetti REDD+, e la truffa di oltre 30 milioni di dollari da parte di un’organizzazione criminale che per oltre un decennio avrebbe venduto crediti di carbonio provenienti da aree invase illegalmente in Amazzonia.
Il caso di Taranto
Anche l’Italia ha avuto il suo caso di greenwashing. E riguarda il tentativo di decarbonizzare l’ex Ilva di Taranto. Negli scorsi giorni è emersa una maxi- inchiesta, destinata a fare luce sulle emissioni e sulla gestione della fabbrica pugliese negli anni di gestione pubblico-privata. Come racconta Il Sole 24 Ore, si tratterebbe di una truffa ai danni dello Stato che consiste nell’aver comunicato false informazioni e dati sull’uso di anidride carbonica in modo da ottenere quote di CO2 in misura maggiori di quelle spettanti .Tale meccanismo ha funzionato fino allo scorso anno quando lo stabilimento si è visto assegnare gratuitamente un ammontare di quote superiore a quello corretto.
Le inchieste e i casi succitati indicati confermano la presenza di un sistema opaco, in gran parte non regolamentato e spesso basato sulle autocertificazioni. Insomma da rivedere.
Non è utile a nessuno truccare i dati fingendo comportamenti virtuosi per guadagnarsi una reputazione immeritata. Servono azioni concrete e corrette per limitare i disastri del cambiamento climatico al pianeta, disastri le cui conseguenze ricadono su tutti.
