Il cambiamento climatico colpisce i siti Unesco

Il cambiamento climatico si ripercuote anche 50 siti Unesco. Climate X ha stilato una lista di siti Unesco che, entro il 2050, potrebbero subire ingenti danni.

AMBIENTE
Francesca Danila Toscano
Il cambiamento climatico colpisce i siti Unesco

Il cambiamento climatico si ripercuote anche 50 siti Unesco. Climate X ha stilato una lista di siti Unesco che, entro il 2050, potrebbero subire ingenti danni.

Il cambiamento climatico non solo altera gli ecosistemi e si ripercuote su di noi, ma rischia di cancellare per sempre alcuni dei più preziosi tesori dell’umanità. Climate X, ha condotto recentemente un’indagine, dalla quale si evidenza che ben 50 siti Unesco potrebbero scomparire nei prossimi 30 anni per colpa di inondazioni, frane, tempeste, erosioni e cicloni. Esperti e appassionati di patrimonio culturale sono sobbalzati sulle loro poltrone, tanto da chiedere azioni rapide e concrete per contrastare questa crisi.

I siti in pericolo

Nell’analisi dettagliata di Climate X sono stati coinvolti 1.223 siti che fanno parte della lista del patrimonio mondiale dell’Unesco. Per prevedere l’impatto del cambiamento climatico su beni, proprietà e infrastrutture, gli analisti hanno identificato 50 siti in grave pericolo attraverso una piattaforma predittiva Spectra. Se non si interverrà per diminuire le emissioni di gas serra e bloccare i cambiamenti climatici, questi siti potrebbero subire danni irreparabili o scomparire del tutto.

La lista di Climate X è piuttosto lunga e, scorrendola con gli occhi, si notano siti leggendari.

Il sistema di irrigazione Subak, in Indonesia, risalente al IX secolo e capolavoro ingegneristico di gestione delle acque, potrebbe essere uno dei primi ad affrontare pesanti conseguenze.

Anche il Parco Nazionale Kakadu, in Australia, conosciuto per la sua biodiversità e il suo valore culturale per le popolazioni aborigene, e l’Emporium of the World di Quanzhou, in Cina, sito che testimonia l’antica rete commerciale marittima, sono tra i più minacciati.

Il sistema montuoso dello Jungfrau-Aletsch in Svizzera, il complesso dei monasteri buddhisti coreani, l’Olympic National Park nello Stato di Washington e l’abbazia cistercense di Fontenay in Francia non sono esentati dal rischio. Non manca all’appello anche il Regno Unito con quattro dei suoi siti Unesco: il Forth Bridge in Scozia, l’isola di Saint Kilda nell’arcipelago delle Ebridi, il villaggio di mulini settecenteschi di New Lanark e lo Stadley Royal Park nello Yorkshire.

L’Italia invece, per il momento, non compare nella lista dei siti Unesco in pericolo. Questo però, non vuol certamente dire che il Bel Paese possa tirare un sospiro di sollievo. Il cambiamento climatico avanza rapidamente, e Venezia ne è un esempio, dal momento che soltanto un anno fa rischiava di essere classificata come sito a rischio a causa dell’overtourism e dell’innalzamento del livello del mare. Accorgimenti come il MOSE e l’inserimento di ticket per i turisti hanno momentaneamente allontanato il pericolo.

L’urgenza di misure da adottare

Il lavoro di Climate X cammina di pari passo con quello l’Unesco porta avanti da tempo. Già a luglio 2024, l’Unesco aveva individuato 56 siti in pericolo, 41 siti culturali e 15 siti naturali.

C’è tuttavia una differenza fra i due lavori:

  • La lista dell’Unesco tiene conto principalmente di fattori sociopolitici, come guerre, conflitti civili e speculazioni edilizie.
  • L’indagine di Climate X, invece, punta il dito sui rischi climatici, sottolineando l’urgenza di affrontare il cambiamento climatico su scala globale per preservare il nostro patrimonio culturale e naturale.

Di fronte a questi dati allarmanti, governi e le istituzioni globali devono correre ai ripari, perché le politiche attuali non sono sufficienti a contenere il riscaldamento globale entro livelli accettabili. Ogni anno di silenzio e inoperosità potrebbe portare alla perdita irreversibile di tesori inestimabili. L’indagine di Climate X deve perciò, esser considerata seriamente, oltre a dare anche una spinta in più per nuove politiche climatiche più ambiziose.