Fabio, l’amico omonimo, è in visita e ha bisogno di aggiustare i suoi occhiali. Tuttavia, una volta al negozio di ottica, l’offerta riguarda abbigliamento sportivo per golf e polo. Così, guida e ospite rimangono imbambolati sul marciapiede, fino a quando non spunta Michele che li invita a prendere caffè e prende in giro, «Non c’è più nemmeno il muro di Berlino, lo sapevi?». All’arrivo, negozio di calze.
Ma anche il ritorno a casa può sorprendere. A pochi metri dalla porta: l’altolà di un tipo tarchiato che brandisce un telefonino, «Sennò che fai, mi telefoni? […] io abito davvero in quella casa là. E sono un amico di Antonio», «Antonio chi», «Antonio tuo nipote». Telefonino abbassato, negozio chiuso, qualche investimento sbagliato e lo zio era finito a spacciarsi da ex-parà, per fare il guardiano notturno alla villa dei ricconi di Varese. Fortunatamente, i villeggianti erano spaventati dal verde. Nonostante l’attività continua di cantieri sempre nuovi, impegnati contro l’arroganza delle piante.

Vacanze a Forte dei Marmi
Due avventure reali e surreali. Perché la distopia è quella dell’iperturismo o dell’overtourism. Il paese ridente nel quale sono occorsi gli episodi è Forte dei Marmi. Mentre il narratore è Fabio Genovesi. Lo scrittore che ha raccontato le sorti della propria comunità, tra le paginette brevi e ironiche di Morte dei Marmi (Laterza, 2012). Per svelare l’eccesso di turismo dieci anni prima che il tema entrasse nel discorso pubblico di maggiore attualità, nonché nei centri storici allargati di svariate città italiane, con l’avvento nel mercato globale delle nuove classi medie asiatiche e dei paesi emergenti.
Del resto, a Forte dei Marmi il destino ha trovato compimento in anticipo e nella maniera più coerente. Osserviamo la traiettoria nelle pagine, prima di viverla a casa nostra.
Non è stato sempre così
Per molto tempo, i fortemarmini vissero di turismo. Offrirono la migliore gentilezza, accolsero i villeggianti con il nome di “signori”, si ritirarono nei capanni per affittare le abitazioni, servirono i compaesani per ultimi a prescindere dalla fila, e rifiutarono – fino a qualche anno fa – ombrellone e sdraio a tutti i versiliesi che senza dubbio avrebbero infastidito i vicini. Una maniera di adattare al turismo la loro indole, in realtà affatto ospitale.

Perché il servilismo esagerato serve a creare distanza, evita il rapporto umano, l’invito a cena, la condivisione degli spazi. Usa, abusa e resta pure ma fino a settembre. Ai tempi del nonno che per andare al bar portava il fucile, era capitato che Curzio Malaparte rischiasse linciaggio e Thomas Mann dovesse scappare con la famiglia; mentre a quelli di babbo Giorgio, impegnato come idraulico in casa di Mina, che lei dedicasse «Giorgio, Giorgio, O Giorgio del Lago Maggiore» e lui non trovasse niente di cui stupirsi, oltre un estorto «Mi pare che cantava bene».
Le cose funzionavano, perché i fortemarmini vendevano caro il loro paese per come era davvero. Le persone famose desideravano proprio quello, senza rompiscatole a chiedere la foto. A fine stagione, ognuno a casa sua. E il conto alla bottega di alimentari tornava in pari.
Mezzi vip
Soltanto dopo, arrivarono i russi. Apparentemente simili agli sceicchi e agli altri ricconi. Tranne che per qualche comportamento eccentrico. Un Rolex in dono al maestro di tennis dei bambini, cento euro per l’accendino in prestito, undicimila e trecento euro di conto al ristorante. Giusto per eccitare le chiacchere del paese e avvertire i fortemarmini che le cose stavano cambiando o che in realtà erano già cambiate. Infatti, già negli anni Novanta, le botteghe familiari eterne, i negozi di alimentari cominciavano a sparire, i ristoranti alla portata dei locali salivano oltre i cinquecento metri sulle Apuane e una commessa cacciava Fabio che doveva ritirare un golf per la cugina, «Per forza, chissà com’eri vestito».
Ma soprattutto, i signori di un tempo lasciavano spazio ai mezzi vip dell’azienda di famiglia e ai mezzi vip della televisione, bisognosi di farsi vedere per lavorare. Entrambi accomunati dal desiderio di una foto assieme, come di ritrovarsi in un ambiente di lusso super esclusivo e globalizzato. Sempre uguale a Porto Cervo, Forte dei Marmi o Dubai.

Quando sono arrivati i russi, il forte non vendeva già più sé stesso come ai tempi dei signori. Solo che i russi (e non solo loro) affittavano mal volentieri, preferivano comprare. E il commendatore di Piacenza che lamentava tutte le domeniche, accanto all’edicola, come i fortemarmini ignorassero la loro fortuna, vendendo la terra al primo passante, finì per prendersi la rispostaccia. Le cifre dei russi diventavano due case a Seravezza, soltanto così i figli potevano sognare di vivere per conto proprio. Alla fine, sparì anche il commendatore che accanto all’edicola ostentava il suo «mai». Dovette svenire innanzi all’offerta.
Disneyland d’estate, Transilvania d’inverno
Alcuni acquistavano le case del Forte senza neppure guardarci dentro, meglio spianare qualche appezzamento e una villa nuova. In questo modo le vecchie case compatte sono diventate torte nuziali sovraccariche, colonne doriche, oblò, grondaie con mostri, piscine a forma di fegato, torri di avvistamento per i pirati, fontane di vodka, palme aliene perché i pini sporcano. E il famoso verde che aveva resistito perfino al cemento del secondo Dopoguerra, contribuendo alla fortuna del paese, cede al lusso globalizzato, in lotti di ville immerse e sempre meno immerse.
Il risultato estivo, è una russa che si presenta alla casetta trilocale a un piano nella stradina senza sfondo sorvegliata dal sedicente parà, porge le chiavi, vuole il prato tagliato, il riscaldamento acceso quando è freddo e crede di parlare con il custode. Il risultato nel resto dell’anno è un pese simile alla Transilvania dei vampiri, chiuso sprangato. E ormai da fine Novecento, il nostro autore che acquista dove vive esclusivamente libri, riviste, medicine.

Vivere nelle riserve
Chi cercò il molo, ricevette indicazioni per Viareggio. Gli ultimi vecchi rimangono alle vasche vicino al pontile, o meglio al ponte. Vestiti male, con le sedie tutte diverse portate da casa. Sono vecchi tosti che guardano il mare, le donne, giocano a carte, avvolte alzano la voce e bestemmiano per intercalare. Lo schifo è che qualcuno abbia pensato di spostarli, da dove sono sempre stati, stonerebbero con lo stile Forte dei Marmi. E non solo loro.
Qualche autunno prima che uscisse Morte dei Marmi, l’autore e Stefano mangiavano lo stinco di maiale a Seravezza con le posate di plastica. Quando compare un bimbo con gli occhioni e il ghiacciolo alla menta «Ciao Capello, come stai?». Il soprannome delle elementari. Quindi spuntano sei estranei che salutano da amici. E soltanto le presentazioni rompono l’imbarazzo, Dito, Mirko, il Ganni, la Chicca. Ore in racconti di vita e di dove si è andati a finire, Seravezza, Azzano, Ruosina. Il Forte spalanca la bocca, la stranezza è vivere nel proprio paese. Bugie bianche di rivedersi.
Prima del ritorno lento, in mezzo al nebbione caratteristico che si forma nella striscia sottile tra il mare e le Apuane,

«E penso a Dito e alla Chicca, a tutti gli amici che adesso sono dei simpatici sconosciuti, nati e cresciuti qua, e poi siccome volevano costruirsi una famiglia se ne sono dovuti andare lassù sui monti. Perché nel loro paese andare in affitto è follia e comprare è impossibile. Perché nel loro paese pieno di costruzioni non c’è una casa per loro […] che a vivere lassù sui monti non ci vado, i monti sono splendidi ma io sono nato al mare e al mare io ci resto, nelle riserve non mi ci faccio rinchiudere. Qualche riserva indiana l’ho vista, e solo a ripensarci respiro male … Io vivo a Morte dei Marmi. Anzi no, a Forte dei Marmi. Perché un paese non è morto se ancora ci vive qualcuno. E se il suo nome ti fa pensare agli yacht tutti d’oro, ai calciatori idioti e alle tardone rifatte che passeggiano mezze nude, mi dispiace per te. E se vuoi che ti venda casa mia, lascia perdere».
