Nuove frontiere dello sci in Valle d'Aosta

La popolazione e varie associazioni si oppongono. Un piano che consentirà di collegare tutte le valli già servite dai presenti impianti funzionanti.

APPROFONDIMENTO
Andrea Maddalosso
Nuove frontiere dello sci in Valle d'Aosta

La popolazione e varie associazioni si oppongono. Un piano che consentirà di collegare tutte le valli già servite dai presenti impianti funzionanti.

Prima che l’umano sperimentasse la vita accompagnata dalla comodità e dai servigi offerti dalla tecnologia, la natura non fu del tutto praticabile, o meglio lo erano soltanto quei luoghi, quei paesaggi che potevano offrire calore, riparo dal freddo, quei luoghi che avrebbero potuto soddisfare le necessità materiali legate alla sopravvivenza, al sostentamento. Fin dall’antichità infatti specie il paesaggio di montagna era visto comunemente come un luogo ostile alla vita, un posto quasi oscuro.

Soltanto qualche isolato caso di interesse intellettuale e poetico inizia a manifestarsi e a fare dei luoghi di montagna meta di pittori, poeti, artisti man mano che ci si avvicina al medioevo e al rinascimento.

Sarà l’800, il secolo che emanciperà definitivamente l’uomo dai limiti a cui lo costringe la sua condizione di “subalternità” nei confronti della natura.

Escursioni, camminate, sport sciistico, non più solo gli artisti, la montagna inizia a diventare anche meta per ogni tipo di esperienza, di svago o sport che sia, in una parola, turismo.

Fino a che punto però possiamo spingerci senza che questi luoghi finiscano per essere sfruttati a tal punto da perdere la loro autenticità? Anche le rocce, le piante e gli animali che vi abitano hanno come noi le loro necessità che li lega a quel particolare habitat.

A tal proposito, ci sono delle recenti novità che coinvolgono buonissima parte dell’opinione pubblica in Valle d’Aosta. Da quasi un secolo la Valle d’Aosta è una delle maggiori mete europee dello sci invernale ed estivo. La popolazione mondiale aumenta e va da sé che aumentano pure i viaggi e gli sciatori che ogni anno trascorrono le vacanze ai piedi del Monte Cervino.

Nella regione sono sopraggiunte nuove esigenze economiche che hanno portato il consiglio della “regione a statuto speciale” a trovare nell’ampliamento degli impianti di risalita un espediente per implementare le entrate economiche di cui secondo alcuni membri del consiglio regionale il popolo valdostano ha bisogno.

Il piano consisterà nel collegare interamente tutte le valli già servite dai presenti impianti di risalita, così da permettere ai sempre più crescenti amanti dello sci di ridurre i tempi di percorrenza, migliorarsi il comfort e ottimizzare i consumi. Così facendo si efficienterà il flusso degli sciatori come afferma la presidente dell’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari (ANEF) Valeria Ghezzi: “Cervinia è uno dei fiori all’occhiello del turismo sciistico alpino e i recenti investimenti fanno presagire un vero e proprio cambio di passo. È un esempio di come i collegamenti tra aree sciistiche, che in questo caso attraversano anche i confini nazionali, siano un importante motore per lo sviluppo turistico delle località montane. Cervinia dimostra inoltre che, anche quando si sono raggiunti livelli di eccellenza in termini di attrattività e di fatturato, continuare a investire è la chiave per restare al passo con i migliori standard mondiali”.

A quanto pare però, questa decisione non coincide con la sensibilità verso l’ambiente che anche gi abitanti della Valle rivendicano. Abbiamo infatti parlato con alcuni esercenti di esercizi alberghieri che hanno, insieme alla gran parte della comunità montana, presentato e firmato una petizione orientata a impedire la costruzione di nuovi macchinari di trasporto in vetta.

Dall’associazione “ Ambienti Glaciali del Gruppo del Monte Rosa” è nata già dal 2020, la petizione “ In difesa delle Cime Bianche. Diciamo NO al progetto funiviario nel Vallone!”

A quanto pare, la petizione che ha raggiunto le oltre 20.000 firme non è stata sufficiente ad esortare la regione ad affidare il compito di costruire alla nota azienda ingegneristica di Atene la “Leitner” gli impianti.

Secondo l’associazione infatti: “la costruzione di questo impianto, sotto qualsiasi forma, arrecherebbe un danno irreparabile all’ecosistema ancora intatto, una diversità di specie faunistiche e floristiche che compongono il Vallone delle Cime Bianche, stravolgendo quindi i delicati equilibri di un’area protetta dalla normativa europea.

In questo specifico caso è del tutto impossibile conciliare la protezione ambientale con la realizzazione di una grande opera di questa portata”.

Si tratta, dell’ultima grande area non pesantemente antropizzata, ancora priva di piste da sci o impianti di risalita, di strade o abitati, nonché di altre strutture invasive per l’ecosistema. Il Vallone delle Cime Bianche diventa simbolo vivo della battaglia per la tutela dell’integrità superstite dell’ambiente alpino, sempre più minacciato dall’antropizzazione incontrollata e da politiche predatorie che vedono la montagna come mera risorsa da sfruttare.