Povero Boccaccio! Prima il volgare, ora le celebrazioni bocciate

La Camera lo ignora, la Toscana lo celebra, la cultura lo rende eterno. Boccaccio non ha bisogno di permessi.

APPROFONDIMENTO
Prof. Marianna Olivadese
Povero Boccaccio! Prima il volgare, ora le celebrazioni bocciate

La Camera lo ignora, la Toscana lo celebra, la cultura lo rende eterno. Boccaccio non ha bisogno di permessi.

Povero Boccaccio! Prima a lottare per la dignità del volgare, ora per quella delle celebrazioni. La Camera ha infatti bocciato un ordine del giorno che chiedeva di istituire iniziative nazionali per commemorare i 650 anni dalla sua morte. Un rifiuto che stupisce, se si pensa all’enorme contributo che l’autore del Decameron ha dato alla lingua e alla letteratura italiana. Forse il problema sta proprio nel Decameron: un’opera senza facili mitologie, priva di inferni ultraterreni e di glorie nazionali, che preferisce raccontare la realtà con ironia e arguzia. E si sa, la realtà può risultare scomoda, soprattutto quando somiglia più ai reclusi della Firenze trecentesca che ai signori delle alte sfere. Dopotutto, Boccaccio non esalta il potere, non offre modelli di governo perfetti, non glorifica la patria: racconta l’uomo per quello che è, con i suoi vizi e le sue virtù, con la sua furbizia e le sue debolezze. E forse proprio per questo, 650 anni dopo, continua a far paura.

Ma niente paura: la Regione Toscana raccoglie il testimone, impegnandosi a celebrare Boccaccio nel suo luogo d’origine, Certaldo, e in tutto il territorio. In fondo, se c’è una lezione che il Decameron ci ha lasciato, è che quando il potere centrale tentenna, la sagacia locale si fa avanti. Forse, per la prossima occasione, bisognerebbe mandare un ambasciatore vestito da frate Cipolla, pronto a promettere penne d’angelo Gabriele pur di ottenere ascolto.

Ma chi era davvero Boccaccio oltre il Decameron? un fiorentino dalla visione ampia, uno studioso instancabile, un uomo che guardava al passato classico per costruire il futuro della cultura europea. Nei suoi anni più maturi, dopo le giovanili avventure letterarie, Boccaccio si dedicò con passione alla riscoperta della letteratura antica, contribuendo a gettare le basi per il Rinascimento. E soprattutto fu un ponte tra due giganti: amico e discepolo di Petrarca, fu anche il primo e più appassionato commentatore di Dante, dedicandosi a trascrivere e divulgare la Commedia, opponendosi a chi ancora, nel Trecento, la considerava un’opera troppo popolare per essere studiata. E fu proprio lui, nel trattato In lode di Dante, ad attribuire per la prima volta l’aggettivo “Divina” all’opera, riconoscendone la straordinaria grandezza. Per Boccaccio, il poema era “divino” non solo per il tema trattato – il viaggio ultraterreno che culmina con la visione di Dio – ma anche per la sua bellezza poetica e la profondità del significato. Fu grazie a questa definizione, nata dalla devozione e dall’ammirazione del Certaldese, che nel Cinquecento il titolo Divina Commedia divenne ufficiale, consacrando per sempre l’opera di Dante nella storia della letteratura.

E poi c’è il Boccaccio umanista, il sognatore che immagina la fuga dalla peste non solo come un allontanarsi dal pericolo, ma come una ricerca di bellezza, armonia e cultura. Il locus amoenus dove i dieci giovani del Decameron si rifugiano sulle colline sopra Firenze non è solo uno scenario idilliaco: è una dichiarazione di poetica. La natura, l’arte della conversazione, l’ingegno collettivo diventano un’alternativa possibile alla corruzione e al caos del mondo. È quasi un’anticipazione dell’ideale umanista: un mondo in cui la cultura è un rifugio, sì, ma anche uno strumento per comprendere e migliorare la realtà. E chissà se proprio questo, in fondo, non sia il vero motivo per cui ancora oggi qualcuno preferisce ignorarlo: perché Boccaccio non ci offre risposte facili, non costruisce miti rassicuranti, ma ci mette di fronte alla nostra umanità. Non ci promette che tutto andrà bene, non ci dice che la verità è già scritta da qualche parte: ci invita a pensare, a discutere, a trovare la nostra strada attraverso l’intelligenza e la parola.

A 650 anni dalla sua morte, la sua eredità resta più attuale che mai. La sua opera ci ricorda che, di fronte alle crisi – siano esse la peste del Trecento o le incertezze del presente – la cultura non è un lusso, ma una necessità. E poco importa se oggi la politica lo ignora: la sua voce continuerà a farsi sentire nelle pagine del Decameron, negli studi danteschi, nell’evoluzione della Lingua italiana che grazie a lui ha trovato nella prosa un mezzo espressivo, potente e raffinato.

Se il potere centrale non vuole celebrarlo, la Toscana lo farà comunque, con il rispetto che si deve a chi ha reso grande la nostra lingua. E chissà, forse un giorno ci accorgeremo che il Decameron è ancora il miglior manuale di sopravvivenza per tempi difficili.