Adulti e adolescenti si fronteggiano da sempre. Eppure oggi i segnali di essere in presenza di una relazione che porta ferite profonde, sono sempre più accentuati. Lo dicono le ricerche sull’argomento, come l’indagine dell’istituto Demopolis per l’impresa sociale ‘Con i bambini’, che indica che il 58% degli under 18 dichiara che gli adulti capiscono sempre meno i ragazzi. Una incomunicabilità tra generazioni che va oltre la ‘normale’ volontà di distacco nel momento della crescita. Questa distanza e il profondo disagio che accompagna i giovani, è al centro del libro ‘Soffrire di adolescenza. Il dolore muto di una generazione’ (Raffaello Cortina Editore), scritto da Loredana Cirillo, psicologa e psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano. Le abbiamo fatto alcune domande sulla relazione adolescenti e adulti.

Viviamo in un contesto sociale che ha abolito il dolore, la tristezza, la sintonizzazione sulle emozioni scomode e i bisogni più autentici. Oggi i ragazzi ci raccontano di soffrire perché non si sentono capiti e in un certo senso non si sentono autorizzati a condividere con gli adulti di riferimento i loro dolori e inciampi. Essi vivono dentro il paradosso di una relazione genitoriale di grande vicinanza, ascolto e riconoscimento, ma a patto che non emergano situazioni problematiche e conflittuali. Queste, quando si manifestano, da una parte angosciano molto gli adulti, dall’altra è come se andassero a ingombrare una mente già affollata dalle proprie vicissitudini. Per gli adulti è come se risultasse difficile fare spazio all’emotività negativa delle nuove generazioni. Ci dimentichiamo che soffrire faccia parte della nostra vita. Dovremmo riuscire ad aiutare i ragazzi a trovare il loro modo di fronteggiare la sofferenza, a trovare le proprie soluzioni. Oltre a dare spazio al loro punto di vista, visto che è un po’ quello che abbiamo promesso.
Siamo andati incontro ad una radicalizzazione del narcisismo che prevede la centratura del sé a discapito dell’altro. Quindi l’essere molto concentrati su di sé, le proprie esigenze e i propri affanni, ha progressivamente eroso la possibilità di avere una mente genuinamente a disposizione dell’altro. Questo in tutte le relazioni, non vale solo per quella genitori – figli. Abbiamo eroso la possibilità di stare in una relazione con l’altro facendoci carico delle sue fragilità, perché riteniamo che possano essere di ostacolo alla nostra realizzazione. Anche le donne sono in difficoltà nella gestione del ruolo materno e di quello professionale. Non solo perché le politiche non ci avvantaggiano ma anche perché abbiamo molto in mente un’idea di salvaguardia della nostra autonomia, dei nostri ruoli. Tutto questo mette molto in crisi il ruolo materno poiché è innegabile che esso preveda una certa quota di sacrificalità, quel rendersi disponibile a rispondere ai bisogni dei figli, soprattutto durante la loro prima infanzia, preservando uno spazio nella propria mente davvero sintonizzato con le loro esigenze.

Nel riuscire a dare spazio sia al loro dolore muto, al loro essere attraversati da una sofferenza che non è soltanto fisiologica e evolutiva, che tutti abbiamo più o meno sperimentato; nell’adolescenza ci sono anche drammi che si attraversano. Mai banalizzare, mai sminuire le fatiche dei ragazzi. Gli adolescenti hanno bisogno di qualcuno che stia lì con loro a capire perché si sentono brutti o inadeguati. Non gli basta sentirsi dire che sono ‘bravi e belli’. Ci vuole una vicinanza rispetto al tema della loro fragilità e un ascolto dei temi più scomodi.
