Almeno 20 miliardi di dollari l’anno entro il 2025 e 30 mld dollari nel 2030 destinate ai paesi meno sviluppati per finanziare la biodiversità; una roadmap e un protocollo di monitoraggio stringenti, con una prima verifica nel 2027 e un nuovo strumento, il Fondo Cali, per raccogliere risorse da aziende private, agribusiness e settore farmaceutico.
Sono questi i punti principali dell’accordo a Roma all’esito della COP 16 tenutasi dal 25 al 27 febbraio scorsi alla FAO. L’obiettivo che ci si era posti a inizio Summit era avanzare nella conservazione della biodiversità, affrontando, con l’auspicio di risolverla, la spinosa questione della divergenza nel riparto delle risorse finanziarie tra paesi, attraverso l’istituzione di uno strumento di finanziamento globale per la biodiversità destinato a distribuire efficacemente ed equamente le risorse.
La ripresa del dialogo
Si trattava di riprendere quanto era rimasto in sospeso a Cali in Colombia nell’ottobre 2024. L’allora Conferenza si era conclusa con un nulla di fatto: nonostante l’accordo su importanti questioni come la condivisione dei benefici derivanti dallo sviluppo di nuove utili specie vegetali, l’adozione di provvedimenti per dare alle popolazioni indigene voce nelle questioni della conservazione della biodiversità l’incontro si arenò sui temi finanziari. Il nodo cruciale riguardava l’architettura istituzionale per raggiungere gli obiettivi del Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (KMGBF), ossia l’accordo con gli obiettivi della biodiversità per il 2030 adottato durante la precedente Cop15 di Montreal del dicembre 2022. TaleQuadro aveva tracciato il percorso per una visione globale di un mondo in armonia con la natura entro il 2050 prevedendo 23 target intermedi per il 2030 tra cui la protezione del 30 percento del pianeta e 30 percento degli ecosistemi degradati entro quella data. Il disaccordo emerso a Cali aveva riguardato i paesi in via di sviluppo che richiedevano l’istituzione di un nuovo fondo, vincolante, incardinato sotto l’ONU e quelli sviluppati che propendevano per il potenziamento della Global Environment Facility (GEF), già esistente. A conclusione del Summit mancarono decisioni chiave sulle questioni seguenti:
- la previsione di meccanismi di finanziamento e piani concreti per mobilitare i 200 mld $ l’anno
previsti dal KMGBF; - la garanzia di equità tra Nord e Sud globali con un permanente disaccordo su come ripartire gli
oneri finanziari tra paesi e sul trattamento del debito ecologico; - la valorizzazione del ruolo del settore privato, in assenza di strumenti normativi per coinvolgere le
imprese e privati in genere.
Insomma due settimane di dibattiti non erano state sufficienti a mettere in atto i piani e i finanziamenti per garantire l’effettiva implementazione del quadro deciso a Montreal.

I punti chiave della COP16
Al Summit di Roma sulla biodiversità, come a quello di Baku sul clima dello scorso novembre, il tema chiave è stato la finanza e un accordo su una massiccia mobilitazione di risorse economiche che passa per un pacchetto di provvedimenti articolato su quattro pilastri:
–l’utilizzo di strumenti finanziari ibridi: tra le decisioni prese il consolidamento del Global Enviroment Facility (GEF) seppure come meccanismo transitorio, fino al 2027; dal 2028 invece è previsto un nuovo meccanismo finanziario. Inoltre si è trovato l’accordo sull’istituzione del cosiddetto “Fondo Cali” per la condivisione dei benefici derivanti dalle sequenze digitali di risorse genetiche (DSI) ,ossia dati digitali che rappresentano le informazioni genetiche di organismi viventi sancendo inoltre gli obblighi contributivi vincolanti per le aziende che sfruttano commercialmente le DSI (nell’ordine dell’1-3% dei ricavi).
–la roadmap finanziaria 2025-2030: A Roma le 196 delegazioni nazionali presenti hanno pattuito di mobilitare, in flussi internazionali, 20 mld di $ l’anno entro il 2025 e 30 mld $ nel 2030, risorse che passeranno i paesi più sviluppati trasferiscono a quelli meno sviluppati, oltre a 150 mld $ l’anno da fonti domestiche. Tra le tappe principali:
- la ratifica nazionale degli impegni finanziari entro settembre 2025;
- l’avvio operativo del cosiddetto “Fondo Cali” nel 1° trimestre 2026;
- la redazione del primo rapporto globale sullo stato di attuazione nel 2027.
–la nuova architettura istituzionale: La COP16 di Roma sancisce l’adozione dell’articolo 21 della Convenzione sulla biodiversità (CBD) come base giuridica permanente delineando il meccanismo finanziario necessario per raggiungere gli obiettivi sulla biodiversità e la creazione di un comitato tecnico per l’armonizzazione degli strumenti esistenti.
–l’equità intergenerazionale ed equilibri Nord-Sud: alla Conferenza si è stabilito di destinare il 50 per cento delle risorse del “Fondo Cali” a popoli indigeni e comunità locali, trasferendo risorse dalle aziende private ai più fragili, oltre a istituire meccanismi di partecipazione giovanile nella governance finanziaria.
–i meccanismi per il monitoraggio e la trasparenza: alla COP 16 di Roma i delegati hanno adottato un sistema di monitoraggio per misurare i progressi e i 23 obiettivi del “Quadro globale per la biodiversità”, approvati nel 2022 alla COP 15 denominato PMRR (Planning, Monitoring, Reporting and Review), che introduce:
- indicatori standard per misurare i progressi sui 23 target del KMGBF;
- una piattaforma unificata per integrare i dati governativi con quelli di attori non statali;
- una revisione scientifica indipendente delle metodologie di reporting.
Le cifre
Concordi sulla mobilitazione di risorse finanziarie provenienti da fonti pubbliche, private, da banche e organismi multilaterali, gli Stati si trovano ora alle prese con l’implementazione degli impegni presi. Difficili da mantenere se si pensa che novembre erano stati promessi solo 383 milioni di dollari (366 milioni di euro) da 12 nazioni e regioni ovvero: Austria, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Giappone, Lussemburgo, Nuova Zelanda, Norvegia, Provincia del Québec, Spagna e Regno Unito mentre l’obiettivo posto per quest’anno dei 20 miliardi di dollari, è evidente, non sarà raggiunto.
Il ruolo della biodiversità per gli ecosistemi mondiali
La progressiva perdita di biodiversità sta diventando un’emergenza da non sottovalutare: le popolazioni di animali selvatici globali sono crollate in media del 73 percento in 50 anni, secondo un rapporto di ottobre del World Wildlife Fund e della Zoological Society of London. “La biodiversità è essenziale per il nostro sostentamento e benessere, essenziale per l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e per le precipitazioni da cui dipendono i sistemi alimentari, proteggendoci anche dall’aumento delle temperature e delle tempeste. Casi di perdita di biodiversità come la deforestazione in Amazzonia hanno un impatto di vasta portata non solo nel Sud America ma anche sull’integrità del suolo in altri paesi”.
Il bilancio della Cop 16 tra risultati parziali e schemi che si ripetono
Un consenso sulla mobilitazione finanziaria entro il 2030 per arrestare la perdita della biodiversità è stato raggiunto così come sui dettagli per finanziarne la tutela, seppure l’attuazione di questi sia stata rimandata alle edizioni delle prossime Cop del 2027 e 2028. Per qualcuno il risultato finale avrebbe potuto essere più ambizioso; per altri, In un contesto geopolitico complesso come quello odierno, ciò rappresenta comunque un buon risultato.
Riuscire a sostenere l’attuazione a lungo termine della Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica in modo equo è il prossimo obiettivo, mobilitando risorse e capitale politico a livello dei singoli paesi. Una maggiore attenzione e presenza dei rappresentanti istituzionali sarebbe auspicabile: per l’Italia, nonostante il ruolo di ospite, ha partecipato come rappresentante il Sottosegretario all’ambiente e sicurezza energetica, Claudio Barbaro, peraltro arrivato a lavori già in corso.
Sarebbe altrettanto auspicabile che queste Conferenze potessero ispirare maggiore credibilità e fiducia nelle società con incontri più focalizzati e maggiormente efficaci, limitando lungaggini, rinvii e fallimenti frutto di scelte (o non scelte) inadeguate alle aspettative o ai programmi. E magari anche evitando inutili spostamenti di delegazioni elefantiache che, oltre a rivelarsi inefficienti, risultano dannosi per l’ambiente.
