Il vino cambia stagione: tra mito, clima e memoria

Dal mito di Bacco alle sfide del riscaldamento globale: come il vino affronta il tempo che cambia.

AMBIENTE
Prof. Marianna Olivadese
Il vino cambia stagione: tra mito, clima e memoria

Dal mito di Bacco alle sfide del riscaldamento globale: come il vino affronta il tempo che cambia.

Un tempo era Dioniso a dettare i ritmi della vendemmia, il dio dal passo danzante e lo sguardo ardente, protettore delle viti e del vino, ma anche simbolo della trasformazione e della follia creativa. O, se preferiamo il mondo romano, Bacco, eterno adolescente coronato d’edera, celebrato nei Baccanali come spirito liberatore e fecondo.

Oggi, a dettare i tempi della raccolta dell’uva, è invece un dio ben più implacabile: il cambiamento climatico.

Le cronache vitivinicole degli ultimi anni raccontano un’Italia dove la vendemmia si fa sempre più precoce. In alcune regioni del Sud si comincia già a metà agosto, e al Nord non si va oltre la prima metà di settembre. Un anticipo che un tempo era eccezione e che oggi è diventato la regola. La causa è nota: aumenti anomali delle temperature medie, notti più calde, siccità persistenti ed eventi estremi. Tutto ciò accelera la maturazione degli acini, alterando il delicato equilibrio tra zuccheri, acidità e aromaticità, che è l’anima stessa del vino.

 

L’uva che matura troppo in fretta produce vini più alcolici, meno acidi, spesso con profili aromatici meno complessi. In alcuni casi si rischia anche la perdita di tipicità. Quel “carattere” che fa di ogni vitigno un patrimonio culturale, oltre che enologico, è messo in discussione da un clima che non rispetta più le stagioni. Eppure, il mondo del vino sta reagendo. Alcuni produttori sperimentano vitigni antichi più resistenti alla siccità, altri spostano i vigneti in aree collinari più fresche o addirittura verso quote più alte. Alcuni pionieri si affidano alla viticoltura rigenerativa e all’agricoltura biodinamica, riscoprendo pratiche del passato in chiave contemporanea.

La vite è parte integrante della nostra identità mediterranea. Già nel mondo antico, era molto più che una coltura: era simbolo di civiltà, potere e mistero. Plinio il Vecchio, nella sua Naturalis Historia, descrive con cura i vitigni più pregiati dell’Impero. Virgilio, nelle Georgiche, insegna a potare e vendemmiare. E non è un caso se Roma nasce col vino nel sangue: secondo la leggenda, fu proprio dopo un baccanale che Rea Silvia concepì Romolo e Remo. Il vino, fin dall’inizio, è simbolo di passaggio, fertilità, comunità.

Ma oggi siamo di fronte a una nuova soglia. Che ne sarà del vino italiano nei prossimi 50 anni? Riuscirà a conservare la sua identità, o diventerà un prodotto profondamente trasformato dal clima? Riscoprire la dimensione sacra, simbolica e culturale del vino può forse aiutarci a proteggerlo anche oggi. Non come oggetto di consumo, ma come bene culturale vivente, figlio del tempo, del clima, della terra e del lavoro dell’uomo. Forse è proprio nella resilienza della vite, nella sua capacità di aggrapparsi ai pendii più impervi, di resistere al vento, al sole e alla sete, che possiamo trovare una metafora per affrontare anche noi la stagione che cambia. Come l’uva, anche la cultura ha bisogno di radici profonde e di sguardo lungo. E se il clima continuerà a sfidarci, sarà compito nostro — produttori, consumatori, cittadini — decidere che sapore dare al futuro.

La sfida è aperta. E forse Dioniso, il dio che ama l’ebbrezza, ma anche il mutamento, non ne sarebbe poi così sorpreso.