Le mini-protesi per l’artrosi del pollice

Ispirate a quelle dell’anca stanno per segnare una svolta nel trattamento della rizoartrosi, una forma di artrosi più diffusa al mondo che colpisce la base del pollice.

SALUTE
Francesca Danila Toscano
Le mini-protesi per l’artrosi del pollice

Ispirate a quelle dell’anca stanno per segnare una svolta nel trattamento della rizoartrosi, una forma di artrosi più diffusa al mondo che colpisce la base del pollice.

La rizoartrosi (artrosi della base del pollice) è una malattia degenerativa infiammatoria dell’articolazione tra il trapezio e il primo metacarpo del pollice. È la più frequente forma di artrosi nel mondo e la sua frequenza aumenta con l’età; si stima che a soffrirne sia una donna su 4 e un uomo su 12 sopra i 70 anni, ma può colpire anche i giovani. Può esserci una predisposizione genetica e il fatto che è più frequente tra le donne in età post-menopausale fa pensare anche ad un ruolo degli ormoni.

A esser colpiti sono anche i lavoratori manuali che compiano movimenti ripetitivi di opposizione pollice-dita lunghe, ma anche in chi si dedica ad attività hobbistiche o sportive.

A volte il dolore causato da questa patologia è così forte da non far riposare la notte; la base del pollice si gonfia e diventa rossa e anche i movimenti che richiedono l’utilizzo del pollice diventano limitati. Per l’esperto, un ortopedico specialista in chirurgia della mano, la diagnosi è immediatamente evidente, la radiografia della mano serve a confermarla e a fornire dettagli anatomici e di stadio della malattia.

Una malattia invalidante

Il pollice – spiega il professor Lorenzo Rocchi, associato di Malattie dell’apparato locomotore all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della UOC di Ortopedia e Chirurgia della mano di Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS– svolge una funzione fondamentale come ‘opponente’ rispetto alle altre dita. Per questa ragione possiede un’ampia libertà di movimento in varie direzioni, dovuta proprio alle caratteristiche anatomiche dell’articolazione trapezio-metacarpale, posta alla base della colonna del pollice, che permette di effettuare le pinze digitali. Da questo punto di vista quindi, la rizoartrosi può determinare una globale ed ingravescente invalidità delle mani. Molti dei movimenti del pollice sono resi possibili dalla particolare conformazione del trapezio, che presenta una superficie concava, a sella, simmetrica e speculare a quella del metacarpo. In molte persone affette da rizoartrosi, questa articolazione presenta imperfezioni morfologiche congenite, che contribuiscono al deterioramento della superficie cartilaginea delle due superfici articolari (del trapezio e del metacarpo), con conseguente evoluzione verso l’artrosi, una patologia infiammatoria degenerativa delle articolazioni. Per motivi morfologici, per microtraumi o traumi più gravi la cartilagine può degenerare precocemente; questo fa sì che si crei un’interfaccia osso contro osso che determina reazioni infiammatorie importanti, fino alla degenerazione dell’articolazione, provocando dolore cronico e riduzione della funzionalità”.

Prof. Lorenzo Rocchi

Le cure fino agli anni ’90

Ai primi stadi la rizoartrosi può essere trattata in maniera conservativa con tutori termoplastici, già pronti o fatti su misura, per stabilizzare l’articolazione, associando anche terapie antinfiammatorie farmacologiche (sistemiche o tramite infiltrazioni) o fisiche.

Con il passare del tempo, nelle fasi medio-avanzate, quando le superfici scheletriche si sono deformate ed è presente un contatto doloroso tra le due ossa, si inizia a pensare alla soluzione chirurgica. In passato, gli interventi toglievano il dolore ma bloccavano l’articolazione.

Negli anni ’90, si è passati ad interventi di legamento-plastica (tenoplastica), che prevedono l’asportazione del trapezio e la stabilizzazione del primo metacarpo, attraverso varie tecniche di sutura tendinea, seguite da un periodo di immobilizzazione in gesso da 1 a 3 mesi e una perdita parziale della forza prensile, dovuta alla minor stabilità della legamento-plastica, rispetto all’articolazione originale, nel sostenere il metacarpo.

Le soluzioni attuali

La novità in questo campo è rappresentata dall’utilizzo di speciali protesi. Le prime, risalenti agli anni ’90, avevano problemi biomeccanici, si lussavano facilmente e provocavano riassorbimento osseo, avendo quindi vita breve. “Dai primi anni 2000 invece – chiarisce il professor Rocchi – sono stati introdotti impianti per l’articolazione trapezio-metacarpale, ispirati alle protesi d’anca. Si tratta di protesi ‘modulari’, dotate cioè di vari componenti (stelo, collo, testa, coppa). Questi componenti sono ricoperti di un materiale poroso, che permette loro di integrarsi con l’osso e di mantenere la stabilità nel tempo. Tutti i componenti sono forniti in varie misure combinabili fra di loro, per ottenere la massima congruenza con l’anatomia scheletrica del paziente. Un’ulteriore novità degli ultimi anni, sempre mutuata dalle protesi d’anca, è la cosiddetta ‘doppia mobilità’, che riduce fin quasi ad azzerare il rischio di lussazione. Per eseguire la protesizzazione non è necessario asportare il trapezio. Si effettua solo una resezione di alcuni millimetri della base del metacarpo ed una regolarizzazione delle superfici riceventi. Questo permette di contenere in pochi millimetri la via di accesso chirurgica e quindi di ridurre il dolore post-operatorio.  Dopo l’intervento, la mano viene protetta con un bendaggio morbido (da mantenere per due settimane), che consente di muovere l’articolazione del pollice, già a ridosso dall’intervento. Al controllo ambulatoriale, si istruiscono i pazienti a fare esercizi riabilitativi; è possibile inoltre essere seguiti presso il servizio di fisioterapia della mano, recentemente riaperto al Policlinico Gemelli, per velocizzare la ripresa della funzionalità articolare”.

“L’intervento di artoplastica protesica dell’articolazione TM è indicato soltanto in una parte delle persone affette da rizoartrosi; quando la patologia è in stadio avanzato, con deformità importanti delle componenti scheletriche e artrosi diffusa anche alle articolazioni circostanti, la trapeziectomia totale resta l’intervento di scelta. Inoltre, per alcune categorie di pazienti, in particolare per chi svolge lavori manuali pesanti, l’impianto protesico non è indicato.  Una visita specialistica presso l’ambulatorio di chirurgia della mano costituisce la scelta migliore per orientarsi nelle diverse possibilità di trattamento di questa patologia”, conclude il professor Rocchi.