Perugia e il suo acquedotto. Una storia lunga oltre sette secoli

Per il suo valore architettonico, l’acquedotto medioevale di Monte Pacciano a Perugia, è stato inserito tra le opere idrauliche patrimonio dell’umanità.

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Redazione
Perugia e il suo acquedotto. Una storia lunga oltre sette secoli

Per il suo valore architettonico, l’acquedotto medioevale di Monte Pacciano a Perugia, è stato inserito tra le opere idrauliche patrimonio dell’umanità.

L’Umbria pur non essendo bagnata dal mare ha sempre avuto un forte legame con la risorsa idrica, basti pensare che in questa regione, seppur non eccessivamente estesa, insistono due importanti bacini lacustri, il Trasimeno e Piediluco, e da nord a sud vi scorre il fiume Tevere, e come sia ricca di fonti e sorgenti, che le hanno permesso di piazzarsi tra i principali produttori nazionali di acque minerali, senza dimenticare le numerose infrastrutture idrauliche.

La risorsa idrica per essere utilizzata richiede che venga accumulata e trasportata, per questo necessita di infrastrutture quali acquedotti e cisterne, che spesso si intrecciano con la storia di un luogo e permettono di ricostruirne le vicende avvenute nei secoli. É il caso dell’acquedotto medioevale di Monte Pacciano a Perugia, che in un percorso di 4 Km nei secoli ha garantito l’approvvigionamento idrico dell’acropoli cittadina e del suo monumento simbolo, la Fontana Maggiore.

 

 

Breve storia dell’acquedotto perugino

La città di Perugia da sempre è stata caratterizzata dalla presenza di cunicoli e falde sotterranee, anche se lunghi periodi siccità a partire dal 1200 hanno indotto la popolazione alla costruzione di un opera che fosse in grado di risolvere i problemi di approvvigionamento idrico, motivo per il quale si decise di dotare la città di un acquedotto esterno. Il luogo scelto fu individuato nella collina di Monte Pacciano a nord est della città, circa 4 Km dal centro della città, e la costruzione venne affidata nel 1254 a Bonomo da Orte, che realizzò una galleria di oltre 550 metri, conosciuta come Vena Maestra della Barigiana, la cui acqua veniva raccolta in un conservone di oltre 6000 metri cubi.

La storia dell’acquedotto perugino non è stata lineare ma bensì costellata da vicende tormentate nel corso dei secoli. Infatti prima che l’acqua zampillasse dalla Fontana Maggiore sì è dovuto aspettare il 1278, 24 anni trascorsi tra interruzioni, cambi di percorso, ecc. Il percorso primigenio partiva da Monte Pacciano per inoltrarsi verso le località di Sant’Orfeto e San Marco, raggiungere la collina di Monteripido, oggi conosciuto la presenza del trecentesco monastero di San Francesco al Monte, e da lì al convento di Sant’ Agnese, nell’attuale quartiere di porta Sant’Angelo, per poi ridiscendere nella zona conca, dove insiste la parte meglio conservata dell’intera opera, risalire e raggiungere piazza IV novembre.

Percorso, che terminata l’opera da diversi anni, nel 1322 venne modificato, da Monte Pacciano attraverso arcate l’acqua convogliata verso la discesa delle piagge attraversava la valle dello Spinello e Ponte d’Oddi, risaliva verso Santa Caterina Vecchia in prossimità della collina di Monteripido. Nel ripercorre le vicissitudini di quest’opera salta all’occhio è quanto fosse forte nei perugini la volontà della sua realizzazione. È necessario fare un passo indietro rispetto alla comparsa di Bonomo da Orte, nel 1250 infatti viene incaricato un frate minore, Plenerio, al quale venne commissionata un’ indagine che individuasse il luogo più idoneo per adduzione dell’acqua, si optò quindi per la collina di Monte Pacciano.

Come abbiamo ricordato le vicende che hanno preceduto e seguito la costruzione proseguono in maniera discontinua, tanto che dal 1254 si passa direttamente al 1266 anno nel quale la direzione dei lavori è temporaneamente affidata a Frate Leonardo da Spoleto, non in grado apportare significativi miglioramenti, con le strutture già costruite soggette ad un veloce decadimento.

L’anno che da nuovo slancio all’opera è il 1277, quando si decide che l’opera non dovesse essere lasciata nell’ incertezza nella quale si trovava. In quel anno infatti vengono individuati quattro periti, Frate Alberico dei Minori di Assisi, Mastro Guido di Città di Castello, Mastro Coppo di Firenze e Donno Restoro da Santa Giuliana, ogni uno dei quali espone il proprio parere. Ma l’insoddisfazione del comune rispetto alle proposte dei quattro esperti porta a convocare Boninsegna da Venezia, che assume l’incarico di soprintendente, che si avvale della preziosa collaborazione di un frate benedettino e architetto, Bevignate.

La notevole importanza rivestita in città da questa realizzazione induce addirittura le autorità comunali a concentrarsi solo su di esso e a interrompere altri cantieri già in essere, ritenuti di secondari importanza. Nel mese di agosto il cantiere è presso Monte Verillo (oggi Monte Grillo), e da quel momento la storia dell’acquedotto diventa un tutt’uno con la Fontana Maggiore, dimostrazione più suggestiva dell’arrivo dell’acqua in città, che avviene il 13 febbraio 1278.

Superate numerose vicissitudini la storia più recente ci porta nel 1799 quando la città viene invasa dagli aretini che provocano danni ingenti al manufatto. Dopo una visita dell’opera agli architetti, Andrea Vici, Vincenzo Ciofi e Giovanni Cerrini, si decide di incaricare quest’ultimo di dare vita all’acquedotto omonimo nel 1827, che prevede una variazione attraverso San Marco. Nonostante tutto il comune dopo oltre sei secoli bandisce un concorso con l’obiettivo di presentare idee in merito alla possibilità di incrementare l’adduzione dell’acqua in città In particolare vengono presentati tre progetti dei 6 totali, uno che sfruttasse le acque delle sorgenti di Nocera Umbra, e altre due rispettivamente con l’acqua delle sorgenti di Bagnara (sempre nel territorio di Nocera Umbra) e la fonte Scirca nel comune di Sigillo. Quest’ultima sostituisce l’acquedotto di Monte Pacciano e insieme alle precedenti due garantisce ancora oggi l’approvvigionamento idrico in città.

Negli ultimi 30 – 40 si è cercato di rinverdire la memoria e la necessità di rendere fruibile quanto resta di questa infrastruttura, con alcune realtà territoriali che stanno portando avanti quest’attività di recupero storico/architettonico, in particolare il Circolo di Ponte d’Oddi, situato lungo il percorso dell’acquedotto, che mossi principalmente da passione hanno coinvolto la cittadinanza alla sua riscoperta, attraverso visite guidate, conferenze, opere editoriali.

Un importante riconoscimento internazionale

A rende onore a storicità, valenza architettonica e di ingegneria idraulica all’opera è l’International Commision on Irrigation and Drainage, che in occasione della nona conferenza asiatica di irrigazione e drenaggio tenutasi nel mese di settembre a Sydney, ha inserito l’infrastruttura tra gli strumenti di irrigazione e insieme alla Cascata delle Marmore, al fiume Clitunno e allo sportone di Maderno nel territorio comunale di Bevagna. Il riconoscimento ottenuto ha il compito di ricostruire la storia delle opere, proteggerle e raccogliere notizie sulle strutture irrigue storiche.

Dal 2014 l’ICID ha dato avvio alla ricognizione di strutture da inserire nel patrimonio mondiale con l’obiettivo di salvaguardare e utilizzare al meglio le strutture di irrigazione, approfondire e celebrare la storia dell’ingegneria dell’irrigazione e la sua influenza sulla storia dell’umanità, ben 177 strutture hanno avuto l’onore di ricevere questo riconoscimento.

Naturalmente non tutte le opere possono essere insignite del riconoscimento ma devono rispettare alcuni requisiti, quali la storicità (avere oltre 100 anni), appartenere a determinate categorie, dighe, strutture di stoccaggio, sbarramenti, sistemi di canali, ruote idrauliche. Come ricorda la storia l’acquedotto di Monte Pacciano ha il compito di alimentare la fontana Maggiore di Perugia, fornire acqua per uso agricolo e potabile e alimentare i fontanili che nel corso dei secoli hanno punteggiato i 4 Km del suo percorso.

Attività a livello locale e riconoscimenti internazionali hanno sensibilizzato le istituzioni verso il recupero di questa storica infrastruttura dando vita a patti di collaborazione tra comune, cittadini e associazioni. Intraprendere questa strada impegna in ricerche storico culturali e documentali, redazione di bandi, invio di proposte di finanziamento, oltre a iniziative didattiche, che raccontino la storia, e una volta terminato il restauro nel supportare il comune nelle attività monitoraggio.

Dallo stato un riconoscimento economico per far decollare il recupero dell’opera

Più recentemente, nel 2024, l’obiettivo di dare nuova vita all’infrastruttura ha trovato effettiva concretizzazione. L’opera è risultata assegnataria della cifra di 900 mila euro da parte del Provveditorato per le Opere Pubbliche, che ha permesso la stipula di un patto di collaborazione con il comune di Perugia per il recupero di quello che resta in particolare delle arcate dello Spinello e di Ponte d’Oddi. In questo modo il comune si impegna nella redazione di piani di fattibilità tecnico economica da realizzarsi attraverso percorsi ciclo pedonali, nel reperire risorse per la messa in sicurezza e rendere accessibili i luoghi, mettere nero su bianco un progetto di restauro; inserire l’opera nel documento unico di programmazione; stipulare accordi con i proprietari dei terreni per poter accedere agli archi per gli interventi richiesti, effettuare la pulitura dalla vegetazione.