L’ambiente a corto

I cortometraggi sono piccoli grandi progetti che nascono dal basso e dal cuore. Alcuni consigli di visione tra salmoni scozzesi, reti fantasma siciliane e gatti selvatici liguri.

AMBIENTE
Alessio Mariani
L’ambiente a corto

I cortometraggi sono piccoli grandi progetti che nascono dal basso e dal cuore. Alcuni consigli di visione tra salmoni scozzesi, reti fantasma siciliane e gatti selvatici liguri.

Nel contesto del cinema contemporaneo, i documentari dedicati all’ambiente continuano a rinnovare e proiettare con successo una lunga tradizione. E tra i documentari, i cortometraggi rappresentano senza dubbio un genere particolare. Grazie alla cura che caratterizza spesso queste opere, all’originalità dei temi trattati, al legame con i territori. Alla passione che gli autori sanno trasmettere e riversare in piccoli grandi progetti che devono nascere dal basso e dal cuore. Segnando, avvolte, anche l’inizio di un percorso verso produzioni cinematografiche più estese. Così, grazie a questo impegno, possiamo consigliarvi alcune opere, pubblicate in Italia negli ultimi tempi.

Dying lochs

Verso la fine del 2024, Francesco de Augustinis giornalista e regista ha concluso una bella intervista, anticipando il nuovo progetto. E,
qualche mese dopo, è uscito, Dying lochs. Un corto forte, dedicato all’allevamento intensivo dei salmoni scozzesi. Perché in Dying lochs scorrono lungo costa foche, fiordi, prospettive di selvaggia bellezza. Tra le testimonianze degli abitanti e le ragioni dell’allevamento intensivo.

Ad esempio, sull’Isola di Skye, i piccoli imprenditori locali allevavano i salmoni in maniera limitata, anche una sola gabbia per azienda. Poi, a partire dagli anni ottanta, multinazionali con sede nelle Isole Faroe, norvegesi e canadesi hanno acquistato le licenze e moltiplicato la scala, introducendo gli usuali problemi dell’acquacoltura intensiva. Crisi delle praterie di alghe o piante marine, inquinamento chimico e organico, consumo di suolo per le infrastrutture a terra, riduzione delle specie selvatiche necessarie alla pesca artigianale, divisioni nelle comunità. Mentre il programma nazionale scozzese è quello di aumentare la produzione del 50% verso il 2030.

Intanto le condizioni di vita dei pesci sono paurose. Il tasso di mortalità può raggiungere il 30%, il 40%, la metà nei momenti peggiori. La multinazionale norvegese Mowi opera con barche sanitarie di oltre sessanta metri per liberare i salmoni dai pidocchi e rimetterli in vasca. Ma il riscaldamento delle coste favorisce i parassiti.

Missione Euridice

Marco e Andrea Spinelli sono due fratelli siciliani, rispettivamente fotografo-documentarista e biologo marino, cresciuti nell’amore per il mare, con i documentari di Jacques-Yves Cousteau. Il loro progetto nasce sulla maggiore secca del golfo di Cefalù, luogo bellissimo di acqua e di vita, ormai ricoperto da una cappa di plastica. Perché le reti fantasma abbandonate soffocano il fondo, fiaccano la crescita dei coralli e continuano a uccidere i pesci che rimangono intrappolati. Missione Euridice  (2021) è la storia di come sono state rimosse, prodotta da Blue Swan Entertainment e distribuita da Amazon.

Infatti, liberare il mare da una tonnellata di reti fantasma, intrecciate sul fondo roccioso, chiede la pianificazione più attenta e prudente. Condizioni meteomarine favorevoli, scelta del giusto pallone gonfiabile di sollevamento, controllo della capacità delle bombole e immersioni brevi, perché il lavoro fisico aumenta il consumo di aria. E Infine, la collaborazione della Guardia Costiera di Cefalù e dei pescatori locali. Per il sogno che diventa realtà con il primo pallone gonfio che trascina in superficie un carico di mezza tonnellata.

Così dopo il successo di Euridice. Nei prossimi mesi, Marco e Andrea Spinelli pubblicheranno Shark Preyed. Il documentario dedicato alla paura da film che desensibilizza dallo sterminio. Mentre ci ritroviamo ad assumere derivati di squalo ovunque non immaginiamo. E gli oceani, destabilizzati dall’assenza del predatore apicale, collassano.

Felis

Paolo Rossi e Nicola Rebora hanno perlustrato i monti faticosi dell’Appennino ligure alla ricerca di un fantasma. Un fantasma che ormai sarebbe dovuto esistere, esclusivamente impagliato al Museo di Storia Naturale di Genova. Ma che invece i due registi con l’aiuto di Produzioni dal basso sono riusciti a riprendere e documentare in Felis, gatto særvego (2021). Un documentario in grado di trasmettere prima di tutto l’emozione serena e lenta del nostro Appennino.

Attraverso boschi maturi. Tra rocce ed alberi secolari. Perché il gatto selvatico predilige ambienti ricchi di piccole prede e ripari. Dove occorre affinare i sensi e guardare il mondo alla maniera felina, per imparare a mettere la videotrappola, dove passerebbe lui, nel suo mimetico, splendido, circospetto aggirarsi. Infatti la differenza tra il gatto domestico e il gatto selvatico, sottolineata nel documentario, rimanda a un carattere estremamente schivo da fantasma. Oltre al caratteristico manto dagli anelli a fine coda e dalle strisce scure, una sulla schiena e quattro o cinque sul collo dietro le orecchie.

Perché se il gatto prova a far credere di non esistere, c’è chi non gli crede. Tanto più che cinque anni dopo, le riprese continuano. Nei prossimi mesi è attesa la presentazione del seguito, Gatto sarvægo, tra Piemonte, Liguria ed Emilia.

*Foto in copertina di Paolo Rossi e Nicola Rebora*