
(Sorriso) Una grande idea prende forma nella mente, tante volte, e in tanti modi nel corso di una intera vita.
Certo. A voler essere filologici io credo di aver immaginato per la prima volta un grattacielo con degli alberi a Dubai. Mentre mi trovavo in pieno deserto.
Come una giornata di caldo asfissiante. Che fu il punto di scaturigine di tutto.
Perché mi trovavo in questa città, circondato da grattacieli altissimi, in un ambiente che era dominato quasi esclusivamente da due materiali termo riflettenti: l’acciaio e il vetro.
(Sorriso). Tutti sembrava molto bello, dal punto di vista estetico. Ma la sensazione fisica era opposta: sembrava di stare in un forno a microonde. Poi glielo racconto meglio.
Pensai subito che se i grattacieli invece che di cristalli e acciaio, fossero stati ricoperti di verde, sarebbe cambiato tutto, intorno a me, a partire dalla temperatura. Ma non solo.
(Sospiro) Se dovessi cominciare dall’inizio dovrei dire che da sempre gli alberi sono una presenza fissa, l’ossessione della mia vita.
In primo luogo perché io li considero a tutti gli effetti come degli individui, non umani, ma viventi. Ognuno di loro ha la sua vita, la sua sensibilità, e direi anche: una sua particolare intelligenza.
Non sto esagerando. Gli alberi appartengono a delle famiglie, appartengono a delle comunità, sono intrecciati da radici comuni che preservano e mantengono salda questa identità. È per questo che, pur essendo apparentemente molto lontani da noi, in realtà sono molto più simili a noi di quanto non si possa immaginare.
Lei ne fa una descrizione molto personificata.
Se ci pensa, si scoprire che gli alberi crescono in un ambiente determinato, esattamente come noi, hanno le loro preferenze, esattamente come noi, vivono le loro idiosincrasie, proprio come noi.
Se vuole la mia definizione io li considero un popolo, vegetale, che dovremmo imparare a conoscere meglio.
Questo è innegabile.
Devo dire che è sempre difficile vivere un rapporto con un genitore che fa il tuo stesso lavoro: mia madre è stata designer, architetto, ha realizzato delle opere bellissime, e tra queste, a Osnato, vicino a Varese, negli anni sessanta, costruì quella casa nel bosco che tanto mi ha ispirato.
Era una vera e propria abitazione dove le stanze si muovevano e si strutturavano in modo da non toccare le radici degli alberi. Oggi in effetti la considero una anticipazione visionaria di una idea di coabitazione con gli alberi.
Capisco ora quanto sia difficile dire da dove nasca un’idea con esattezza, perché le idee trovano sempre origine in altre idee. Sono figli di sensazioni, di ricordi, di discussioni, di incontri. Poi ognuno di noi ricostruisce dopo l’origine delle proprie intuizioni, soprattutto se, e quando, riesce a realizzarle.
Fra il 2005 e il 2006 la capitale stava nascendo dal nulla come un prodigio: io insegnavo in America, e mi ritrovai in città com i miei studenti, con cui giravano il mondo per visitare le realtà architettoniche più importanti. Quella città esplodeva letteralmente per i suoi progetti e i suoi volumi, e mentre noi stavano contemplando questi 220 grattacieli che stavano nascendo a velocità incredibile. L’escursione termica pazzesca, determinata da quelli edifici fu il catalizzatore ultimo di tutte le fonti ispirazionali che ho citato.
Non era solo l’idea assurda di usare superfici riflettenti nel deserto. Era il tema dell’uso dello spazio pubblico, che mi stimolava. Provai a chiudere gli occhi e figurarmi, per contrario, come sarebbe stato quel complesso impotente se tutto fosse immerso nel verde. Ed ecco la prima lampadina che si accende dentro la testa. Ma non sarebbe bastato. Era un sogno molto costoso, il mio.
Anche il destino. Proprio in quel momento ebbi la fortuna di incontrare due signori che stavano costruendo un quartiere a Milano e in particolare nella zona di Porta nuova. Uno era Manfredi Catella, all’epoca Ceo di Hines. Un imprenditore italiano, che ancora oggi è uno degli sviluppatori più importanti del nostro paese.
Era un signore americano che si chiama Jeremy Hines. Anche lui non era un uomo impreparato alle idee spericolate: era un texano, molto ricco, abituato a costruire grattacieli in tutto il mondo.
No. Ma per una incredibile coincidenza mi chiesero di dare loro una mano nella progettazione di un nuovo quartiere. Io ero così preso dalla mia suggestione che lanciai loro quell’idea: e se costruissimo proprio lì, a Milano, un grande bosco verticale con dei veri alberi impiantati sugli edifici?
Ad essere del tutto sinceri la prova reazione fu questa: mi presero per matto. Poi iniziai a spiegare meglio. Lo scetticismo non era caduto, ma vidi che comunque ci ragionavano su, ma con grande scetticismo.
La prima reazione di Hines era stata questa. Mi aveva guardato in faccia, restando una minuto in silenzio, e poi mi aveva detto: “Architetto Boeri, non se la prenda a male. Ma a me questo idea sembra una follia totale”.
No, affatto, ero molto motivato.
Un giorno, dopo tante discussioni, con uno scatto sorprendente, Hines e Catella mi mandarono una lettera formale, articolata in sette punti.
Erano i nodi tecnici che per loro dovevano essere risolti, prima che si potessero impegnare nel progetto.
Gli americani, quando decidono, diventano molto pragmatici: quanto sarebbero potuti essere grandi gli alberi, e nel caso quali… Cosa sarebbe accaduto in caso di una tempesta… come si poteva procedere alla potatura, e grosso modo con quali costi…. E così via.
Hines diceva: “il rischio fa parte del mio mestiere, ma io devo capire quanto sia sostenibile. Lei ci rifletta, mi risponda sulle questioni che le pongo e mi faccia sapere”.
(Ride). Non avevo la più pallida idea.
Si. Dentro di me sentii una voce che mi diceva: “Si parte”. Ovviamente ero consapevole della portata di quei problemi, quindi per rispondere a tutti quei punti, con una approssimazione scientifica, arruolai subito una vera e propria squadra.
Botanici, in primo luogo. Ma anche ingegneri strutturisti. Degli etologi. Degli entomologi. E – addirittura – degli studiosi che lavoravano sulla solidità strutturale degli alberi, che è un lavoro diverso da quello del botanico. Se immagini un grattacielo, non pensi che poi uno dei problemi più importanti sarà evitare che sia infestato dagli insetti.
Ricordo che andammo a Stoccarda, dove viveva un luminare che era specializzato solo sul tema della resistenza fisica e strutturale al vento. Sai, per quanto si potesse cercare, non è che lo trovavi cercando su Google uno che ti dicesse cosa sarebbe accaduto ad un ramo colpito da una burrasca a cento metri di altezza.
Fu un viaggio pionieristico, intenso, anche emozionante. Quando tornammo dai nostri due committenti, su ogni punti di domanda avevamo compilato una piccola enciclopedia di risposte.
Furono molto seri. Così come prima avevamo sondato il loro scetticismo, dopo aver letto quel dossier ci risposero con grande tranquillità: “Bene, allora si fa”.
Festeggiammo. Il nostro era già diventato un lavoro collettivo. Lo avevano affrontato mettendo insieme un sapere interdisciplinare, sentivano di aver costruito qualcosa di importante.
(Ride) Oggi mi sembra difficile immaginare un architetto senza un botanico. Quando vado a Pistoia, da mio amico Vannino Vannucci, amministratore di Vannucci piante, parlo con lui, per ore, solo di botanica.
Non avrei potuto fare nemmeno il due per cento del mio lavoro, senza confrontarmi, e anche scontrarmi, con punti di vista radicalmente opposti al mio. Forse il mio unico vero merito è stato quello di riuscire scegliere bene chi ha lavorato con me.
Moltissimo, fin da subito. Oggi tutti abbiamo capito il bisogno di aumentare le superfici verdi nelle metropoli. Il bosco verticale è solo uno dei modi, ovviamente ce ne sono tanti altri. Ma il futuro sarà necessariamente in un sistema integrato. Pensi ai tetti verdi, agli orti metropolitani, ai parchi, ai boschi orbitali, ai corridoi verdi….
All’inizio si. Ora, come vedremo tra poco meno. Ma questa non è più una scelta ecologica, o ideologica. È semplicemente una necessità.
Perché abbiamo un solo modo per assorbire la Co2 che l’uomo produce. Un solo esercito. Quello costituito da questi “individui” vegetali che hanno la capacità prodigiosa di nutrirsi di anidride carbonica e di conservarla, fissarla, producendo ossigeno. Un vero miracolo della natura.
Certo. Abbiamo bisogno di questo ciclo di sintesi. Ecco perché città verdi significa vivere meglio e far vivere meglio i nostri figli e i nostri nipoti. Una architettura verde cerca di sposare questa necessità alle nostre vite.
Diciamo che questi ultimi 18 mesi di pandemia ci hanno fatto capire molto bene perché abbiamo bisogno del verde dal punto di vista della biodiversità delle specie, dell’equilibrio climatico, della salute delle metropoli. Della qualità della vita.
(Sorriso). E il bello è che – per il ragionamento che facevo all’inizio – sono tutte vere.
Assolutamente si. Conosco Adriano Celentano, che è anche un amico, e devo dire che lui ha anticipato morissimi dei temi di cui parliamo quando ci riferiamo alla mutazione delle città, a partire dal classico del ragazzo della via Gluck.
Lui lo ha anticipato come un artista. Quindi lavorando sul paradosso. Ma “un albero di trenta piani” è una canzone che a me ha sempre colpito molto.
Eccome. Io gli ho sempre detto che il vero ideatore del bosco verticale è lui.
Calvino è un gigante della letteratura italiana che negli anni cinquanta si occupò di scrivere e raccogliere fiabe italiane. Io ne cito una, questo, perché è la storia di un giovane duca che a dodici anni vive in una famiglia noiosissima, nel ponente ligure, nella valle Argentina, da cui peraltro viene anche la mia famiglia.
Il giovane duca ad un certo punto comunica ai suoi “Io vi mollo” e inizia a vivere sugli alberi. Incontra amici, fa le sue esperienze, conosce l’amore, sempre guardando il mondo attraverso le foglie di un ramo.
Si, perché le letture che si fanno da ragazzi restano dentro tutta la vita. Ci sono giorni in cui entro dentro il bosco verticale in cui ho l’impressione che Calvino sia lì. E per me questo è bellissimo.
Essenzialmente due cose. La prima è che nessuno come questa nuova generazione di millennials ha capito che loro hanno un ruolo decisivo per la conservazione della vita sul nostro pianeta.
Perché loro sono quelli che devono subire gli effetti ostili di decenni di disattenzione, incuria, ed errori gravissimi che abbiamo fatto noi e chi ci ha preceduto.
Che questa battaglia non può essere considerata semplicemente una difesa. Forse dovremo anche cambiare le parole che usiamo, perché il cambiamento climatico, per fare un altro esempio, è un termine equivocabile. “Cambiamento” è una bellissima parola. E già usarla per parlare di un fenomeno come il riscaldamento globale non va bene.
No, al contrario. Se saremo in grado di leggere bene questi processi, a trovare le risposte, la prospettiva che abbiamo davanti è quella di un grande miglioramento.
Proprio i ragazzi di cui stiamo parlando potranno trovare nella transizione ecologica e nell’economia circolare, nella decarbonizzazione, nella riforestazione, enormi possibilità di lavoro e di creatività.
Sì. Oggi possiamo davvero costruire un mondo migliore, e loro sono i protagonisti di questa grande sfida. Quando io guardo alla radicalità di tanti di questi ragazzi penso che lì stia la nostra salvezza.
Quel progetto è nato in un modo completamente diverso dal Bosco verticale. L’idea di partenza di bosconavigli era quella di costruire intorno ad un olmo centenario una corte verde.
Si, la corte è una tipologia storica delle città italiane e di Milano in particolare. Questa corte ha le facciate esterne che ospitano centinaia di alberi, di piante e di arbusti, ma l’edificio non si sviluppa in altezza.
Sono il palazzo di sette piani, e la vera sfida sono stati i tetti. Abbiamo immaginato grandi terrazze verdi e abitabili, che credo siano davvero qualcosa di più di un esperimento, un pezzo di futuro.
Un progetto nasce sulla carta, ma pende vita davvero solo quando lo realizzi. Noi, solo realizzando Bosconavigli abbiamo capito che i tetti sono uno spazio che in futuro sarà impossibile non abitare. La sfida dei prossimi anni sarà che lavorare e sfruttare tutte le superfici alte degli edifici. Dove finisce lo spazio di coltivazione, quello di incontro, quello di contemplazione? È un confine che è ancora tutto da tracciare.
Sono molto contento che proprio in questi mesi del 2021 sia stato inaugurato il nostro primo bosco verticale di social housing, ad Eindhoven.
È esattamente il contrario. In questo caso si tratta di una edilizia per studenti, a prezzi calmierati, ma finanziata da privati, che ricovano anche un profitto dal loro investimento.
Quello che abbiamo inaugurato a settembre in Olanda è il primo bosco verticale di edilizia sociale: si tratta di un edificio di 70 metri che ha ospita 10 mila tra piante e arbusti. E non è una operazione no profit. Malgrado i vincoli che ho detto, garantisce un margine di profitto a chi ha investito.
Perché no? Basta volerlo. Abbiamo bisogno di costruire in altezza e di consumare meno suolo. Ma se lo facciano con forme e costi accessibili a tutti, si produce un doppio vantaggio per la collettività.
Con Vannino Vannucci, a Prato, sto lavorando ad un progetto che ha qualcosa di incredibile, e cioè l’idea di rivestire con delle piante degli edifici già esistenti, progettati senza nemmeno l’idea del verde.
Qualcosa di più. Se ci si pensa questa deve essere una sfida del futuro, perché non potremo certo abbattere e ricostruire tutto. Quindi modificare quello che già esiste, rendendolo più sostenibile è bello è una grande sfida. E stiamo facendo queste opere sia con gli uffici di Prato, sia con gli spazi in pietra della triennale.
Una volta gli architetti andavano dai grandi produttori di pietre, per immaginare le loro opere. Adesso si va dai grandi produttori di ossigeno.
Si, abbiamo uno studio a Shangai. La Cina sta cambiando molto velocemente, e noi ci lavoriamo da tanti anni. in Cina stiamo lavorando sia sulla forestazione delle metropoli esistenti, che sulla creazione di nuovi grattacieli verdi.
(Ride). In effetti è stata una esperienza choccante. Nel 2015 siamo andati a vedere, a Canton un edificio che sembrava un nuovo grande modello di edilizia verde.
Era enorme. Si vedeva già da chilometri di distanza. Così iniziammo ad avvicinarci con grande curiosità, – perché ci chiedevano “Ma come cavolo hanno fatto?” – ma anche con grande ammirazione.
Visto da lontano sembrava davvero qualcosa di più, non un bosco, ma una vera e propria giungla verticale.
Ci stupivano le misure, che erano tutte fuori scala rispetto ai nostri parametri: c’erano degli enormi baobab, c’era una piccola foresta all’ingresso. E…
(Ride di nuovo). Quando arrivammo davanti all’edificio, dopo essere rimasti impressionati da queste proporzioni fuori scala, e non subito, perché tutto era fatto benissimo, ci siamo accorti che c’era anche qualcosa che non tornava. Per fortuna.
Ho visto uno zampillo d’acqua che usciva da un tronco, e così mi sono accorto che tutta la foresta che corredava il grattacielo era in plastica. Più che una fabbrica di ossigeno era una fabbrica del PVC!
Detto questo, magari questo esperimento, noi in Cina abbiamo costruito quattro boschi verticali: due a Nanchino, due a Huanggang, altri ne stiamo piantando a Nanjing…
Si. Io sono convinto che lo sforzo di sostituzione di edifici energivori, abbandonati, spesso inutilizzati, non intacca in principio della protezione dell’urbanistica, architettonica e artistica delle città.
Stiamo ragionando su edifici che sono stati tutti costruiti dopo la seconda guerra mondiale.
Di cosa parliamo? In Italia abbiamo circa quattordici milioni di edifici. Otto di questi sono stati costruiti dopo il 1945. Ebbene, la metà di questi edifici – faccio riferimento a dati dell’Anci e dell’associazione costruttori – sono ormai obsoleti. Spesso sono molto degradati, spesso sono uffici ormai deserti, quasi tutti non hanno i requisiti antisismici richiesti oggi, soprattutto in alcune zone d’Italia che sono a rischio sismico.
Al contrario. Ecco perché l’operazione più logica sarebbe abbattere e ricostruire, per sostituirli con edifici più sostenibili.
Sarebbe una formidabile spinta. Non solo all’edilizia, ma alle professioni, all’industria dell’arredamento, all’efficienza e all’attrattività delle città. Ma questo semplice principio non passa.
No. Non in Italia. Io sono anni che ne parlo. Inutilmente. Ed è un vero peccato.
Il Bosco Verticale è diventato – anche involontariamente – una specie di manifesto di quello che si può fare.
Forse. Ma certo, non si smette mai di scoprire e migliorarsi. Io in questo lungo percorso iniziato a Milano e proseguito in tutto il mondo non ho mai smesso di imparare: dai miei errori, dalle sfide diverse che ho dovuto affrontare, da tutte le cose che solo quando le realizzi scopri che non funzionano e che possono essere migliorate. Ma tutto questo è un viaggio avvincente, e io sono molto contento di averlo intrapreso.
