Granturco, sfamò i contadini e fece arrabbiare i medici (8)

Una spiga alta come una speranza. Dall’America alla pianura, la parabola nutritiva del mais

AMBIENTE
Prof. Marianna Olivadese
Granturco, sfamò i contadini e fece arrabbiare i medici (8)

Una spiga alta come una speranza. Dall’America alla pianura, la parabola nutritiva del mais

Lo chiamarono formentone, grano turco, meliga, millo. Ma il nome che gli è rimasto addosso è granturco, parola ibrida e sbagliata. Perché non viene dalla Turchia e non è neppure un grano. È una spiga americana travestita da cereale mediterraneo, arrivata sulle coste italiane come dono e destino.

Originario delle civiltà precolombiane, il mais era per i Maya e gli Inca una pianta sacra: simbolo di vita, divinità feconda, materia prima di uomini e dei. Quando sbarcò in Europa, tra Cinque e Seicento, trovò un altro mondo: non lo attendevano templi, ma fame.

Il granturco è generoso. Cresce alto, veloce, resistente. Sfama molti, costa poco, si macina facilmente. Per questo in pochi decenni diventa il re dei campi: soprattutto nel Nord Italia, dove prende il posto del miglio e della segale.

Nasce così la polenta, simbolo di povertà e pazienza. Ma anche il suo equivoco nutrizionale. Perché a mangiar solo mais si diventa deboli, si ammala la pelle, si sprofonda nella pellagra: la malattia dei poveri, che fu una vera emergenza sanitaria tra Otto e Novecento. I medici non capivano: non era colpa del granturco, ma della niacina intrappolata nei chicchi, non assimilabile senza alcalinizzazione (come facevano invece gli Aztechi, con la nixtamalizzazione).

Il mais non ha identità fissa. È cibo e carburante, foraggio e decorazione, simbolo rurale e commodity globale. Oggi è ovunque: nei biscotti, negli snack, nei combustibili, nelle plastiche biodegradabili. Ma la sua immagine più vera è quella della spiga al tramonto, alta e dritta, nei campi della pianura padana. È l’ortaggio granello, che unisce lavoro, sudore e famiglia.

“Il granturco cresce come un esercito ordinato” scriveva Cesare Zavattini, parlando delle campagne emiliane.

E in effetti i suoi filari sono geometrie affettive: disegnano il paesaggio come una partitura agricola, fatta di attese e raccolti.

Il granturco ha un suono. Frusciano le foglie quando passa il vento. Le spighe parlano tra loro. Lo sanno bene i contadini che lo hanno visto crescere, ogni anno, come una promessa gialla.

E poi lo sgranano, con le mani dure. Lo essiccano. Lo macinano. Lo cucinano lentamente, in quella pentola che borbotta per ore, finché la polenta non prende corpo.

In quella farina c’è tutta una civiltà: la pazienza, la fame, la dignità. E c’è anche la capacità di trasformare una pianta straniera in paesaggio, abitudine, identità.

Il granturco, come il pomodoro, la melanzana, il carciofo e il fico, è un migrante diventato radice. Non apparteneva a noi, ma ci ha trasformati. Ci ha nutrito, ci ha insegnato, ci ha deluso, eppure ci è rimasto fedele.

Oggi lo vediamo poco, perché è diventato invisibile. Ma basta attraversare una campagna d’estate per capirlo: quel giallo che ondeggia è ancora una lingua che parla.

Il mais non è solo un alimento. È una lezione agricola e umana: che tutto ciò che viene da lontano può, se accolto con intelligenza, diventare nostro — senza perdere il ricordo di ciò che era.

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