Negli ultimi anni, l’utilizzo di chatbot basati su intelligenza artificiale (AI) è cresciuto in modo esponenziale anche nel campo della salute mentale. Strumenti come questi vengono spesso impiegati per offrire supporto emotivo, facilitare l’introspezione e persino proporre esercizi di auto-aiuto. Tuttavia, l’adozione crescente di queste tecnologie solleva interrogativi importanti sui rischi legati all’autodiagnosi, alla privacy e all’efficacia reale del supporto virtuale. Soprattutto quando il ricorso a tali chatbot viene fatto dagli adolescenti alle prese con stress, ansia e depressione, problemi significativi durante la fase dell’adolescenza, periodo di transizione della vita. L’uso di chatbot prima di richiedere un supporto psicoanalitico negli ultimi tempi sembra essere diventata una tendenza sempre più affermata. Ma quali sono i reali vantaggi e quali i rischi ? Per approfondire questi aspetti, abbiamo intervistato la dottoressa Rossella De Leonibus, psicologa e psicoterapeuta.
“L’intelligenza artificiale (IA) ha acquisito un ruolo sempre più centrale in diversi settori, tra cui la psicologia clinica – conferma De Leonibus – , trasformando le modalità di valutazione, supporto e intervento psicologico. L’integrazione di strumenti basati sull’IA, come chatbot terapeutici e algoritmi avanzati di analisi dei dati, sta ridefinendo il modo in cui viene erogato il supporto psicologico, rendendo l’accesso più immediato e abbattendo barriere tradizionali come costi, distanza e stigma sociale. Tra i vantaggi, spicca la capacità dei chatbot di ridurre lo stigma associato ai disturbi mentali, offrendo un ambiente sicuro e anonimo che facilita un’espressione più autentica di emozioni e pensieri. Il timore del giudizio sociale rappresenta infatti una delle principali barriere che impediscono a molte persone di cercare aiuto psicologico. Tuttavia, è fondamentale sottolineare che, nonostante la crescente sofisticazione, l’affidabilità di queste tecnologie resta inferiore rispetto a una valutazione professionale. I chatbot operano su base statistica e probabilistica, analizzando le risposte dell’utente e proponendo suggerimenti standardizzati, senza la profondità di comprensione e la sensibilità clinica di uno psicoterapeuta umano. La relazione terapeutica si costruisce nel qui e ora, in un incontro vivo e irripetibile che attiva processi di crescita, consapevolezza e cambiamento. È quindi essenziale che lo sviluppo e l’integrazione delle tecnologie IA nella psicologia clinica avvengano all’interno di un quadro normativo che rispetti rigorosi standard etici e di sicurezza”.

L’uso di chatbot per esplorare il proprio stato emotivo può indurre in alcuni utenti la tentazione di autodiagnosticarsi disturbi complessi?
“Sì, l’uso dei chatbot per esplorare il proprio stato emotivo può indurre, soprattutto nei momenti di fragilità, la tentazione di autodiagnosticarsi disturbi complessi. I chatbot tendono a restituire all’utente i suoi stessi contenuti riformulati, senza la possibilità di un reale confronto critico o di una valutazione approfondita. Questo può portare a una sovrastima o a una sottovalutazione dei sintomi, rafforzando convinzioni distorte o generando allarmismi ingiustificati. Il fenomeno dell’“Eliza Effect”, descritto fin dagli anni ’60, evidenzia la tendenza degli utenti a percepire i chatbot come entità umane, attribuendo loro competenze e capacità empatiche che non possiedono realmente. Questo effetto può favorire maggiore apertura e impegno durante le interazioni, ma rischia anche di alimentare l’illusione di una comprensione profonda che in realtà manca. Parlare con un chatbot equivale spesso a parlare con sé stessi: i bot riformulano i nostri contenuti e ce li restituiscono, in modo che continuiamo a chattare. La psicoterapia, invece, offre uno spazio di confronto autentico, dove il terapeuta aiuta il paziente a decostruire le proprie convinzioni e le proprie risposte automatiche agli stimoli ambientali e lo indirizza verso la possibilità di sviluppare strategie di coping efficaci”.
I chatbot possono diventare una sorta di “sostituto” della terapia tradizionale?
“Non dovrebbe accadere. Anche perché la condivisione di informazioni personali con i chatbot comporta rischi significativi per la privacy, soprattutto quando si tratta di dati sensibili relativi alla salute mentale. Molte piattaforme dichiarano di rispettare la privacy, ma la sicurezza assoluta non può mai essere garantita. Alcune app offrono opzioni di crittografia e protezione dei dati, ma la responsabilità ultima resta sempre in capo all’utente. È fondamentale informarsi sulle policy di privacy della piattaforma utilizzata, evitare di condividere dati identificativi o dettagli troppo personali, e preferire strumenti che garantiscano elevati standard di sicurezza, in linea con la normativa GDPR vigente in Italia. Un altro aspetto cruciale riguarda la gestione dei dati raccolti: spesso questi vengono utilizzati per finalità di ricerca, marketing o miglioramento dei servizi e possono essere condivisi con terze parti. In ambito psicologico, la riservatezza è un valore fondamentale: ciò che viene condiviso in un setting terapeutico resta protetto dal segreto professionale, mentre con i chatbot questa garanzia viene meno. È quindi essenziale che chi utilizza chatbot per il supporto psicologico sia informato, prudente e consapevole dei rischi legati alla propria privacy”.

Ma lei crede che i chatbot possano essere utilizzati come strumenti di supporto complementari al percorso terapeutico?
“Sì, ma con la giusta consapevolezza. I chatbot infatti possono diventare, in alcuni casi, un surrogato della terapia tradizionale, con il rischio di sviluppare una dipendenza dal supporto virtuale. Questo fenomeno si manifesta quando l’utente sente il bisogno di consultare costantemente il chatbot per prendere decisioni, gestire le emozioni o affrontare le difficoltà quotidiane. Segnali di allarme possono essere la perdita di fiducia nelle proprie capacità, l’evitamento del confronto reale con le proprie emozioni o con altre persone e la tendenza a ricercare rassicurazioni continue attraverso il dialogo con l’IA. La letteratura sottolinea che la profondità e l’efficacia del trattamento psicologico dipendono ancora in larga misura dall’intervento umano. L’apparente disponibilità e immediatezza dei chatbot rischia di rafforzare l’idea che non si sia in grado di affrontare la giornata da soli, ostacolando la crescita personale e la costruzione di una solida autostima. È quindi importante utilizzare i chatbot come strumenti di supporto, senza sostituirli alla relazione umana e senza perdere di vista il valore dell’autonomia personale”.
Cosa dobbiamo augurarci per il futuro?
“La ricerca futura dovrà focalizzarsi sul perfezionamento delle capacità di intelligenza emotiva dei modelli computazionali e sull’elaborazione di linee guida che ne regolamentino l’impiego, affinché questi strumenti restino supporti complementari e non sostituiscano mai il valore fondamentale dell’intervento umano nel contesto terapeutico”.
L’intelligenza artificiale insomma può rappresentare un’opportunità interessante per ampliare l’accesso al supporto psicologico, ma richiede un uso consapevole e ben informato. Come sottolineato nell’intervista, è fondamentale ricordare che nessun algoritmo può sostituire la relazione terapeutica umana, basata sull’ascolto empatico, sul giudizio clinico e sull’adattamento personalizzato delle cure. I chatbot possono essere utili strumenti di supporto, ma solo se integrati in un percorso di salute mentale guidato da professionisti qualificati.
