Parchi eolici offshore per ripristino ecosistemi marini

Impianti di turbine eoliche installate in mare aperto, presentano vantaggi per l’ambiente marino e meritano un’attenta analisi

AMBIENTE
Francesca Franceschi
Parchi eolici offshore per ripristino ecosistemi marini

Impianti di turbine eoliche installate in mare aperto, presentano vantaggi per l’ambiente marino e meritano un’attenta analisi

I parchi eolici offshore non solo forniscono energia pulita, ma possono anche svolgere un ruolo fondamentale nel ripristino degli ecosistemi vulnerabili, sia sopra che sotto la superficie del mare. Questo include habitat dei fondali marini, barriere coralline, praterie di fanerogame marine e zone umide costiere: ecosistemi essenziali per la biodiversità, le popolazioni ittiche e la resilienza climatica.

Un team internazionale di ricercatrici e ricercatori, tra i quali Laura Airoldi dell’Università di Padova, ha pubblicato uno studio su «BioScience» che evidenzia i potenziali benefici dei parchi eolici offshore per l’ambiente marino. Secondo lo studio, anche solo l’1% degli investimenti globali nell’energia eolica offshore potrebbe contribuire significativamente al ripristino di milioni di ettari di ecosistemi marini, come barriere coralline, praterie di fanerogame marine e zone umide costiere. Questi ecosistemi sono fondamentali per la biodiversità, le popolazioni ittiche e la resilienza climatica.

La ricerca, condotta dal Royal Netherlands Institute for Sea Research e pubblicata su «BioScience», sottolinea che destinare una piccola frazione degli investimenti eolici offshore entro il 2050 potrebbe aiutare a ripristinare su larga scala la natura marina.

«Il ripristino degli ecosistemi marini non avvantaggia solo piante e animali, ma anche le persone. Mari e coste in buona salute assorbono carbonio, proteggono le rive e sostengono le popolazioni ittiche. Secondo lo studio, ogni dollaro investito nel ripristino degli ecosistemi può generare tra 2 e 12 dollari in benefici per la società – spiega Laura Airoldi, coautrice del lavoro e docente dell’Ateneo patavino –. Questo è particolarmente rilevante in vista della crescita esponenziale prevista del settore eolico offshore: dai 56 gigawatt del 2021 si passerà, secondo le stime, a 2.000 gigawatt entro il 2050».

Il settore dell’energia eolica offshore, che si prevede crescerà esponenzialmente dai 56 gigawatt del 2021 a 2.000 gigawatt entro il 2050, ha quindi un’opportunità unica per sostenere la transizione energetica e contribuire positivamente al ripristino degli ecosistemi marini. Christiaan van Sluis, autore principale dello studio, suggerisce che integrando requisiti strategici per la biodiversità nei processi di autorizzazione e assegnazione delle gare, si potrebbe invertire la perdita di biodiversità con un investimento relativamente piccolo.

«L’eolico offshore ha un’opportunità unica: non solo sostenere la transizione energetica, ma anche diventare la prima industria marina a contribuire in modo netto e positivo al ripristino su larga scala degli ecosistemi – precisa Christiaan van Sluis (The Rich North Sea) –. Integrando fin da ora requisiti strategici per la biodiversità nei processi di autorizzazione e assegnazione delle gare, possiamo invertire la perdita di biodiversità con solo una frazione dell’investimento complessivo».

Le autrici e gli autori dello studio esortano i governi a rendere il ripristino marino un requisito standard nella normativa sull’eolico offshore, includendo l’obbligo di destinare una percentuale fissa degli investimenti alla biodiversità marina. Con l’espansione accelerata del settore, è fondamentale integrare il ripristino della natura nelle politiche in modo strutturale.