Mamma Erasmus e i figli d’Europa

L’eredità di Sofia Corradi, la donna che ha trasformato l’istruzione in un ponte tra i popoli

APPROFONDIMENTO
Prof. Francesca Galati
Mamma Erasmus e i figli d’Europa

L’eredità di Sofia Corradi, la donna che ha trasformato l’istruzione in un ponte tra i popoli

È morta Mamma Erasmus, e con lei se ne va un pezzo di quell’Europa che abbiamo imparato a sentire casa.

Il suo nome era Sofia Corradi, ma per milioni di giovani il suo volto coincide con un’esperienza di vita: quella che li ha portati a studiare, vivere e crescere in un Paese straniero.

L’idea che un periodo di studio all’estero potesse cambiare la persona prima ancora che lo studente — e che farlo insieme potesse costruire un’identità comune europea — è stata una delle più potenti rivoluzioni culturali del Novecento.

Un’intuizione nata da una delusione

Tutto iniziò da un rifiuto. Negli anni ’60, Sofia Corradi, giovanissima laureata in giurisprudenza, tornò a Roma dopo un master alla Columbia University convinta di poter far valere i suoi studi americani. Ma l’università italiana non glieli riconobbe. Fu un torto burocratico, ma anche una rivelazione: perché non creare un sistema che permettesse agli studenti europei di studiare all’estero senza perdere il proprio percorso di studi?

Da quell’idea — che sembrava allora utopica — nacque, vent’anni dopo, il programma Erasmus, approvato ufficialmente nel 1987 da undici Paesi europei.

Perché l’idea di Mamma Erasmus ha cambiato il volto dell’Europa

Quando Sofia Corradi iniziò a sognare un programma di scambi universitari tra i Paesi europei, nessuno immaginava che quell’intuizione avrebbe cambiato il destino di milioni di giovani. La sua visione era semplice e insieme radicale: imparare non significa solo studiare, ma vivere un’esperienza, confrontarsi con ciò che è diverso, scoprire chi siamo quando ci spostiamo da casa.

Negli anni Settanta, l’università era ancora un’istituzione chiusa nei confini nazionali, e la mobilità accademica un privilegio raro. Corradi capì che l’Europa poteva diventare una scuola diffusa, dove le frontiere non dividono ma uniscono. Da lì nacque l’idea dell’Erasmus, un progetto che avrebbe reso la conoscenza non più legata a un luogo, ma al movimento stesso.

La sua fu una rivoluzione educativa e culturale. Per la prima volta, migliaia di studenti iniziarono a studiare, vivere e crescere in un Paese straniero, portando con sé lingue, abitudini, visioni del mondo. Si costruiva così, giorno dopo giorno, una generazione di cittadini europei che si riconoscevano prima di tutto come persone, non come passaporti diversi.

L’Europa smetteva di essere un concetto economico o burocratico per diventare un’esperienza condivisa, fatta di amicizie, amori, difficoltà, scoperte. Un’identità costruita dal basso, attraverso la quotidianità degli incontri. Ma la vera forza dell’idea di Mamma Erasmus sta forse nella sua umanità. Mandare un ragazzo o una ragazza all’estero non significava soltanto offrirgli un’occasione di studio, ma insegnargli a fidarsi del mondo, a uscire dal proprio guscio, a scoprire che la diversità è un’occasione di crescita.

In tempi in cui i giovani rischiano di sentirsi isolati o sfiduciati, quell’idea conserva intatta la sua potenza: ricordarci che l’educazione non è accumulare nozioni, ma aprirsi alla vita.

L’eredità dell’Erasmus nel 2025

Oggi, a quasi quarant’anni dalla sua nascita, l’Erasmus è diventato molto più di un programma universitario. È un grande contenitore di mobilità e formazione che abbraccia studenti, insegnanti, apprendisti, operatori sociali e volontari. Dal 2014 è confluito in Erasmus+, con un budget complessivo di oltre 26 miliardi di euro per il periodo 2021-2027.

Secondo i dati della Commissione Europea, sono ormai più di 15 milioni le persone che hanno vissuto un’esperienza Erasmus: un esercito silenzioso di “figli d’Europa” che hanno imparato a sentirsi parte di un destino comune.

Il 2025 segna una nuova fase del programma, sempre più orientata a tre parole chiave: inclusione, sostenibilità e innovazione.

Progetti come Green Erasmus promuovono viaggi a basso impatto ambientale, mentre Erasmus Virtual Exchange sperimenta collaborazioni internazionali online, aprendo la mobilità anche a chi non può permettersi di partire. Il programma DiscoverEU continua invece a offrire ogni anno migliaia di biglietti Interrail ai diciottenni europei, per invitarli a scoprire il continente con lentezza e curiosità, proprio come in un moderno Grand Tour.

Nonostante le trasformazioni del tempo — la pandemia, le crisi geopolitiche, le disuguaglianze economiche — lo spirito originario di Mamma Erasmus resiste: credere che la conoscenza e l’incontro possano essere strumenti di pace.

Ogni volta che un giovane attraversa un confine con la valigia piena di timori e speranze, quell’idea si rinnova. Ogni volta che torna a casa con un accento diverso o con un amico in più, l’Europa si ricostruisce un po’.

E forse è questo il vero lascito di Sofia Corradi: aver dimostrato che l’educazione può essere il linguaggio più universale che abbiamo. Non un privilegio, ma un ponte. Non un titolo, ma un modo di guardare il mondo. Un invito a non smettere mai di partire — almeno con la mente, se non con il treno.