Andrea Spinelli lavora presso l’Istituto Oceanografico di Valencia. La Fondazione dell’Istituto ha intrapreso un progetto di conservazione, collaborando con i pescatori locali. Centinaia di uova catturate accidentalmente vengono raccolte con cura e tenute in acquario fino alla schiusa. Quindi, i giovani squali gattucci crescono al sicuro. Fino al momento di tornare liberi in mare. Certo, gli esemplari adulti vengono pescati a strascico nel Mediterraneo. In maniera molto intensa, centinaia di migliaia ogni anno. E i piccoli di Valencia sono una goccia.
Ma il progetto dell’Istituto Oceanografico riguarda l’educazione, l’emozione, la connessione. Il sogno di Pablo García-Salinas e Jaime Penadés-Suay è coinvolgere ancor più i pescatori e chiudere il cerchio. Perché gli studenti delle scuole possano andare al porto, prendere le uova dalle barche, assistere alla crescita dei gattucci e liberarli sulla costa di casa. Un ricordo per tutta la vita. Tanto forte da muovere le scelte di una vita.
Probabilmente, la medesima speranza che ha ispirato i fratelli Spinelli e Andrea Morabito a girare i loro docufilm. Perché l’emozione della bellezza precede la comprensione razionale dell’importanza vitale della natura. E sola può fondare la decisione forte di proteggerla. Entrambi i loro documentari sono usciti quest’anno. Sbirciamo alcune scene.

Shark prayed
Andrea e Marco Spinelli sono due fratelli di Cefalù, rispettivamente biologo marino e documentarista subacqueo, innamorati del mare. Shark prayed è il loro documentario sugli squali che uccidiamo ma non sappiamo di uccidere, o che mangiamo ma non sappiamo di mangiare.
Un documentario declinato secondo la prima persona plurale, noi. Perché il pubblico europeo superi la tentazione di relegare il commercio della carne e dei derivati dello squalo verso l’Asia lontana, con la sua zuppa di pinne. Quando i paesi del nostro continente continuano a minacciare il predatore apicale delle acque salate, ultimo anello della catena alimentare e punto di equilibrio necessario per tutto l’ecosistema marino. Del resto, la Spagna è il primo esportatore globale. E l’Italia rimane il terzo importatore al mondo.

Così Shark prayed ha filmato gli approdi delle flotte pescherecce, i mercati del pesce, i banchi dei supermercati e non solo. In Andalusia, il cazón è un piatto tipico. Cubetti di pesce puliti, tagliati, speziati e fritti. L’aspetto del cazón ricorda poco gli squali che finiscono in padella. Sotto un nome commerciale che tanto meno distingue le diverse specie. Allora, Marco e Andrea Spinelli hanno indagato l’approvvigionamento. Ad esempio, porti e mercati propongono per il cazón gli squali verdesca (Prionace glauca), centroforo (Centrophorus granulosus) e palombo (Mustelus mustelus), tutte specie a rischio. I primi due sono ancora indifesi nel Mediterraneo. Mentre l’ultimo protetto in tutta Europa, viene ancora catturato legalmente in Andalusia.

In Italia, stessa filosofia. I banchi del pesce espongono bei filetti freschi o congelati. Le etichette riportano il nome scientifico latino. I cartellini indicano spinarolo, verdesca, palombo, addirittura vitello di mare. La parola squalo manca sempre. E finisce che molte persone acquistino squali a rischio di estinzione, senza che gli venga comunicato chiaramente. Dalla lista curata dall’Unione internazionale per la conservazione della natura, alla mancata protezione, al supermercato, il salto è breve.

L’ultimo spettacolo
L’ultimo spettacolo è il documentario girato dal regista Andrea Morabito, prodotto da Lav (Lega Anti Vivisezione) e distribuito da Mescalitofilm, sul processo per il maltrattamento degli animali del Circo Martin. Con le registrazioni prova raccolte dai volontari e il racconto dei protagonisti della vicenda. Attraverso dieci anni di battaglia legale, fino allo scorso 10 ottobre 2024 e alla convalida in terzo grado presso la Corte di Cassazione. Un processo miliare che potrebbe costituire un precedente per i casi futuri. E forse, almeno, invitare a riflettere sull’opportunità che il Ministero della Cultura con il suo Fondo Unico per lo Spettacolo continui a sovvenzionare i circhi che lavorano con animali che addestramento e detenzione costringono inevitabilmente a uno stile di vita lontano dalla propria natura etologica. Perché una vita innaturale significa sofferenza.

Comunque, la storia comincia nel 2010, con l’attendamento del circo a Cagliari, la prima “indagine” dei volontari, la segnalazione in procura sulle condizioni degli animali giacenti sull’asfalto rovente e un’archiviazione scoraggiante. Tuttavia, gli attivisti scelsero di non demordere e far tesoro dell’esperienza. Così nel 2014, la segnalazione alla procura di Tempio Pausania raccolse più materiale e allegò le valutazioni di un veterinario. Meno di ventiquattr’ore dopo, la procura decise di intervenire e sequestrare tutti gli animali. Una disposizione senza precedenti. Seguita da cinque richieste di dissequestro, nel corso del procedimento.

I consulenti della Lav riscontrarono la pelle bruciata al sole dell’ippopotamo, impossibilitato a immergersi adeguatamente in una vasca troppo piccola. L’elefantessa fortemente stressata in preda ai movimenti di stereotipia, a partire dall’ondeggiamento circolare, continuo e ossessivo della testa. L’anziano cavallo Karim stentato, denutrito, pelle, vertebre e costole a vista. I veterinari della procura risposero in una sola pagina che dichiarava la buona salute, senza fermarsi sulle condizioni dei singoli animali. Difficoltà che hanno accompagnato tutti i gradi di giudizio. Fino a una lieta: fine dello “spettacolo”. Almeno per la maggior parte di quegli animali.

