IA, che mondo fa? “Robot‑friendly: convivenza umani-macchine

La Cina sperimenta il futuro e ci costringe a chiederci quale posto resterà agli esseri umani.

APPROFONDIMENTO
Donatella Miliani
IA, che mondo fa? “Robot‑friendly: convivenza umani-macchine

La Cina sperimenta il futuro e ci costringe a chiederci quale posto resterà agli esseri umani.

IA che mondo fa? America innovates, China imitates, Europe regulates. È la formula più usata per descrivereche descrive la geografia globale dell’intelligenza artificiale: gli Stati Uniti sviluppano modelli e piattaforme, l’Europa costruisce regole con una visione antropocentrica, mentre la Cina accelera sull’applicazione concreta. Ed è proprio nel Paese asiatico che l’uso dei robot umanoidi sta avanzando a una velocità senza precedenti. Dalle zone robot‑friendly di Shenzhen ai medici artificiali, dai filosofi digitali ai robot “emotivi”: l’intelligenza artificiale cinese entra nella vita reale e ridisegna il ruolo dell’uomo in un mondo che corre più veloce della nostra capacità di comprenderlo.

A Shenzhen, metropoli tecnologica del Guangdong, è stata inaugurata la prima zona urbana “robot‑friendly” della Cina, un distretto in cui robot umanoidi possono muoversi liberamente tra strade, negozi e parchi, interagendo con i cittadini in condizioni reali. La notizia è stata confermata da Wired Italia e dal South China Morning Post, che parlano di un progetto pilota destinato a trasformare la città in un laboratorio di “intelligenza incarnata”, quella che agisce nel mondo fisico attraverso un corpo robotico. Non è fantascienza: è un progetto ufficiale, presentato alla Greater Bay Area AI and Robotics Industry Conference, si tratta di parte del piano “Guangdong Embodied Intelligence Training Ground 1+1+N”. Obiettivo: testare la convivenza tra umani e macchine e accelerare lo sviluppo dell’“intelligenza incarnata”, quella che agisce nel mondo fisico attraverso un corpo robotico.

Ed è sempre in Cina che stanno emergendo fenomeni che altrove sembrano ancora fantascienza: il primo filosofo digitale con milioni di follower (The Guardian), la prima AI lover robotica con volto, voce e gestualità umane (Wired), e perfino il primo laureato umanoide che ha discusso una tesi in un’università prestigiosa, come riportato da Rai News. A questo si aggiunge il primo ospedale con 14 medici IA, documentato da Fanpage Tech e dallo SCMP, un esperimento che ridefinisce il confine tra assistenza sanitaria e automazione.

Ricapitolando, mentre l’Europa procede con cautela, concentrandosi su etica, diritti e regolazione – come raccontato da Politico EU e dal dibattito sulla nuova tecnologia con con ripensamenti però che stanno frenando sulla concreta applicazione dell’AI Act) , la Cina costruisce un ecosistema parallelo, protetto dalla sua “muraglia digitale”, capace di competere con le piattaforme americane e di alimentare un proprio sovranismo tecnologico. I droni che illuminano i cieli cinesi con coreografie spettacolari – decine di migliaia di unità sincronizzate come spesso citato dal Sole24ore  – sono un esempio di come innovazione, propaganda e potenziale militare possano intrecciarsi. Ma la domanda centrale resta: che effetto avrà tutto questo sull’umanità? Se delegare lavoro, decisioni e perfino relazioni affettive all’IA diventa normale, quale ruolo resterà agli esseri umani? E con quali conseguenze psicologiche, sociali e politiche? C’è poi un dato ambientale che pesa come un macigno: secondo MIT Technology Review e Nature, nel 2025 l’IA ha generato emissioni di CO₂ paragonabili a quelle dell’intera città di New York e consumato acqua quanto l’intera industria globale dell’acqua in bottiglia. Un costo enorme, spesso ‘accantonato’ (per non dire ignorato) nel racconto entusiastico dell’innovazione.

Il futuro che si sta delineando non è un film di fantascienza, ma un presente che corre in maniera stratosferica spesso travolgendo le comunità che ‘assorbono’ i messaggi delle bolle informative in cui finiscono senza avere reali capacità di reazione (riflessioni, dubbi, verifica delle fonti sembrano essere diventate prerogative di un numero sempre più ristretto di persone con uno spessore culturale e competenze elevate) in grado di metterle nella condizione di pretendere quella pluralità di informazioni che rappresentano l’unica garanzia per elaborare quel pensiero critico pilastro autentico delle democrazie.

I robot umanoidi, quand’anche algoritmi privi di coscienza,  ora però ‘imparano’ e ci sollevano da una vasta serie di incombenze sostituendoci spesso nel lavoro. Tutto bene? Nì, perché non ci sostituiscono solo nei lavori alienanti e ripetitivi o faticosi, ma lo fanno e lo faranno sempre più anche nei lavori creativi e manageriali. Tra l’altro con una velocità impressionante. Siamo pronti ad affrontare tutto questo? La domanda che da più parti risuona è: come e dove accederemo a quelle risorse(-retribuzioni) che oggi ci aiutano a vivere e mantenere le nostre famiglie? La fretta con cui le nuove tecnologie viaggiano è tale che l’uscita dal mercato del lavoro e le prospettive occupazionali legate a una rimodulazione sulle necessità di queste ultime stanno creando un gap che va colmato al più presto.

I tempi di adattamento per la ricollocazione sono talmente stretti da spaventare i lavoratori di oggi, mentre i governi sembrano ‘in ritardo’ in quanto a tempistiche e solouzioni rispetto al problema. Intanto, soprattutto in Cina come detto, si sviluppano robot che amano, curano, ballano, fanno la spesa e imparano dagli umani come vivere accanto a loro. Insomma, la sfida non è più immaginare se accadrà, ma capire come vogliamo che accada e quale posto vogliamo occupare in un mondo in cui “l’intelligenza” (che che se ne dica nell’ottimistica visione dei più fiduciosi nel cambiamento) sembra non essere più solo umana.