Con il solenne rito della chiusura della Porta Santa di San Pietro, previsto per la mattina 6 gennaio, l’Epifania del 2026 segnerà ufficialmente la fine del Giubileo della Speranza. Si chiude un anno che ha visto Roma tornare al centro del mondo cristiano, trasformandosi in un laboratorio a cielo aperto tra fede, logistica e una complessa rigenerazione urbana.
Un bilancio tra numeri e spiritualità
Se il Giubileo del 2000 fu quello della “nuova era” e quello del 2016 fu l’anno della “misericordia diffusa”, questo 2025 appena concluso verrà ricordato per il tema della prossimità. Secondo le stime della Prefettura della Casa Pontificia e dell’Ufficio del Turismo di Roma Capitale, i pellegrini che hanno attraversato la soglia di San Pietro hanno superato la soglia dei 30 milioni, superando le previsioni più prudenti della vigilia.
Papa Francesco, nelle sue ultime omelie, ha insistito sulla necessità di non disperdere l’eredità spirituale di questi dodici mesi: “La speranza non si chiude dietro una porta, ma deve farsi carne nelle periferie”.
Roma dopo i cantieri: un’eredità complessa
L’impatto urbanistico del 2025 resterà scolpito nel nuovo assetto dell’area vaticana. Per i romani, la chiusura dell’Anno Santo rappresenta infatti, anche la fine di un lungo periodo di convivenza con i cantieri del PNRR. Piazza Pia, ora completamente pedonalizzata, resta l’emblema di questa trasformazione: un corridoio monumentale che unisce Castel Sant’Angelo a Via della Conciliazione. Tuttavia, il taglio del nastro simbolico non cancella le polemiche che hanno accompagnato l’anno:
- Mobilità: Nonostante il potenziamento dei mezzi pubblici, il traffico cittadino ha subito forti sollecitazioni.
- Accoglienza: Il settore alberghiero ha registrato il tutto esaurito per gran parte dell’anno, ma il fenomeno degli affitti brevi ha ulteriormente ridotto l’offerta abitativa per i residenti del centro storico.
- Sicurezza: Il massiccio dispiegamento di forze dell’ordine ha garantito lo svolgimento pacifico di tutti i Grandi Eventi, dal Giubileo dei Giovani a quello dei Malati.

Ma, l’analisi istituzionale evidenzia come questa nuova veste della Capitale sia nata tra forti tensioni. Se da un lato i lavori finanziati dal PNRR hanno modernizzato nodi cruciali, dall’altro hanno messo a nudo la fragilità della rete dei trasporti. Qui risuona l’insegnamento di Papa Leone XIII, che nella sua dottrina sociale sottolineava come lo sviluppo non debba essere fine a sé stesso: “Tutto ciò che si fa per il progresso della città deve avere come fine ultimo il benessere dell’uomo, specialmente di chi ha meno”.
Oltre ai grandi assi viari, l’urbanistica giubilare lascia però in dote interventi mirati nelle periferie. Il recupero di stabili dismessi trasformati in case di accoglienza e poliambulatori rappresenta la traduzione fisica del messaggio di Francesco: una speranza che “si fa carne”. Questi interventi rispondono al principio leoniano secondo cui “è obbligo dello Stato provvedere che il cittadino possa vivere con decoro“, elevando le periferie da dormitori a luoghi di dignità. Il rischio, dicono gli urbanisti, è di aver creato una “città vetrina” eccellente per il pellegrino ma faticosa per il cittadino residente.
Cosa resta della “Speranza”?
Al di là della retorica, l’eredità del Giubileo 2025 risiede nelle opere segno: centri di accoglienza potenziati, il restauro di tesori artistici in precedenza inaccessibili e una rinnovata consapevolezza della fragilità globale. La Chiesa si interroga ora su come mantenere viva la fiamma dell’impegno sociale in un mondo post-giubilare che non sembra aver risolto i conflitti internazionali che il Papa ha più volte denunciato durante l’anno.
Mentre gli ultimi pellegrini si apprestano a lasciare Piazza San Pietro e i tecnici iniziano a murare la Porta Santa, Roma si risveglia più moderna. La scommessa della Speranza ora si sposta dal marmo delle basiliche alla quotidianità dei cittadini. La sfida per il Campidoglio e per la Chiesa, da domani, sarà quella di far sì che questa “città della Speranza” non torni a essere la città delle disuguaglianze.
