Il "Nobel Verde" quest'anno si tinge di rosa

La battaglia per il clima è donna. Il Goldman Environmental Prize 2026 per la prima dal 1987, anno della sua istituzione, è stato assegnato a sei donne

AMBIENTE
Maria Grazia Ardito
Il "Nobel Verde" quest'anno si tinge di rosa

La battaglia per il clima è donna. Il Goldman Environmental Prize 2026 per la prima dal 1987, anno della sua istituzione, è stato assegnato a sei donne

Iroro Tanshi (Africa), Theonila Roka Mathob (Isole e nazioni insulari), Alannah Acaq Hurley (Nord America), Yuvelis Morales Blanco (Sud e centro America), Borim Kim (Asia) e Sarah Finch (Europa) sono le 6 vincitrici del Goldman Environmental Prize 2026, il prestigioso riconoscimento mondiale, che annualmente viene attribuito ad attivisti ambientalisti di base, uno per continente. Il ‘Nobel verde’ quest’anno, per la prima volta dopo 37 anni dalla sua istituzione, è donna.

Il premio che viene assegnato per premiare gli sforzi a tutela dell’ecosistema si è tinto di rosa, forse a riprova che per salvare il pianeta bisogna ripartire dall’universo femminile. Sono sei storie di battaglie radicalmente diverse tra loro, ma con un unico obiettivo: fermare la distruzione del pianeta per mano di interessi contrari alle sorti dell’umanità. Hanno fatto cause, lanciato battaglie, mobilitato le loro comunità, hanno mostrato al mondo come si difende la terra e infine insieme , con la loro determinazione e combattività hanno garantito che il percorso che hanno iniziato non si fermerà.

Incassati i 200.000 dollari previsti dal premio sono pronte a tornare in trincea e a utilizzare i soldi per le loro rispettive cause.

Ecco chi sono queste ‘eroine ambientali’ nel dettaglio.

Iroro Tanshi (Africa) è una biologa nigeriana che dopo aver riscoperto il pipistrello a foglia rotonda e a coda corta, una specie in estinzione, con una campagna di successo in cui è coinvolta la sua comunità, sta proteggendo il Santuario Faunistico delle montagne Afi, minacciati da incendi boschivi causati da mano d’uomo.

Per il gruppo Isole e Nazioni insulari ci spostiamo in Papua Nuova Guinea, dove Theonila Roka Matbob ha promosso una campagna che ha costretto la Compagnia Rio Tinto, una tra le compagnie minerarie più grandi al mondo, per la precisione la seconda, a firmare un accordo per la devastazione ambientale e sociale causata dalla miniera di Panguna, per la quale si sono abbattute foreste fondamentali per la sicurezza alimentare e per l’economia della regione.

In Alaska Alannah Acaq Hurley, per conto di 15 nazioni tribali, si è opposta con successo al mega progetto di Pebble, una proposta di miniera d’oro e rame che avrebbe richiesto la costruzione di una centrale elettrica, un gasdotto e vaste vasche di rifiuti tossici. Con il suo impegno ha salvaguardato più di centomila chilometri quadrati di aree selvagge e zone umide, e le più grandi riserve di salmone selvatico al mondo.

Yuvelis Morales Blanco, 24 anni, cresciuta in una famiglia di pescatori lungo le rive del rio Magdalena, ha organizzato proteste con altri membri della sua comunità afrocaraibica fronteggiando intimidazioni, per bloccare l’introduzione del fracking commerciale in Colombia, che con una fuoriuscita di petrolio ha danneggiato l’economia della zona e costretto all’abbandono dell’area migliaia di persone. La Morales Blanco è riuscita a trasformare il tema in una questione nazionale durante le elezioni del 2022.

Borim Kim sudcoreana e Sarah Finch britannica hanno invece vinto perfino nei tribunali. La Kim fondatrice di Youth 4 Climate Action ha ottenuto un giudizio favorevole dalla Corte Costituzionale sudcoreana, secondo la quale la politica ambientale del governo violava i diritti costituzionali delle generazioni future. E sempre contro le politiche fossili la Finch, come la Kim, con il suo Weald Action Group ha condotto una campagna contro le trivellazioni petrolifere nel sud-est inglese, ottenendo alla fine una sentenza positiva che addirittura prende il suo nome.