Libera Capezzone, alias “Libertà”, è una delle artiste che hanno fondato la galleria livornese Uovo alla Pop, che si occupa d’arte contemporanea, pop e urbana. Ci racconta la sua ricerca della felicità tra la Toscana e l’India.

Ci vado ormai da sei anni, anche se forse quest’anno dovrò saltare, e l’ho girata tutta, ci ho portato anche i miei genitori anziani. L’India non è una vacanza, è un’esperienza. Ti mette in contatto con realtà diverse da quelle a cui siamo abituati: ci si va quando si è disposti a mettersi alla prova. C’è chi scappa dopo tre giorni, chi l’ama fin da subito, come me. L’India ti mette a confronto con i tuoi limiti, è un posto bellissimo e allo stesso tempo bruttissimo, che contiene tutte le contraddizioni ma in maniera amplificata, esasperata.
La voglia di ritornarci subito. Ogni volta mi dico: per un po’ non torno, ma poi mi prende il “mal d’India”, perché ho voglia di entrare in un’altra dimensione, in cui le coordinate di interpretazione che usiamo di solito non funzionano.
Sì, un Paese felice. In Occidente la felicità si misura in senso materialistico, con quello che abbiamo. Per la stragrande maggioranza degli indiani invece il mondo inizia e finisce con obiettivi quotidiani, anche solo con la sopravvivenza. Uno studio che mi ha molto colpito ha paragonato i livelli di felicità di persone in tutto il mondo: un guidatore di risciò di Mumbai era felice quanto un top manager di New York. E’ una questione di prospettive. Per gli indiani la felicità è qualcosa di quotidiano e semplice, è il “qui e ora”, ed è un buon modo di pensare.
Cerco di portalo avanti anche in Italia, per quanto sia più difficile qui vivere le presente. Ora è un momento difficile, anche se sono sempre stata ottimista. Questa situazione ci fa capire che tutto può cambiare da un momento all’altro ed essere disposti al cambiamento è il primo passo verso la felicità.
E’ un bel posto nel mondo, siamo fortunati, ci sono opportunità, un bel clima, un bel paesaggio. Certo si può fare di più, ma le basi per la felicità ci sono.
Lì ci si confronta con qualcosa di molto antico e molto contemporaneo, e l’arte è vissuta come se appartenesse a tutti, non è tenuta sotto una teca. Poi ci sono pigmenti inimmaginabili, ci si immerge nei colori. L’arte va di pari passo con l’anima: se si è felici lo trasmette anche l’opera d’arte.

