Social media: “Gli effetti sugli adolescenti che durano tutta la vita”

Il neuroscienziato Stefano Pallanti spiega come l’ambiente digitale stia rimodellando attenzione, sonno, identità e funzioni esecutive di giovani e adulti

SALUTE
Donatella Miliani
Social media: “Gli effetti sugli adolescenti che durano tutta la vita”

Il neuroscienziato Stefano Pallanti spiega come l’ambiente digitale stia rimodellando attenzione, sonno, identità e funzioni esecutive di giovani e adulti

Social media, cervello e nuove vulnerabilità: cosa sta accadendo ad adulti e adolescenti? Per capirlo abbiamo interpellato Stefano Pallanti, psichiatra e neuroscienziato di fama internazionale, professore in prestigiose università statunitensi e britanniche e direttore di un centro clinico e di ricerca sulle neuroscienze. Considerato un riferimento mondiale nello studio dell’ansia, dell’OCD, dell’ADHD e delle dipendenze comportamentali, Pallanti unisce neuroscienze, clinica e osservazione dei cambiamenti sociali.

Professor Pallanti, gli adolescenti vivono una fase di intensa “riorganizzazione cerebrale”. In che modo l’uso massiccio dei social può interferire con neuroplasticità e funzioni esecutive?

«Il cervello dell’adolescente è particolarmente vulnerabile alle dipendenze perché le diverse aree non maturano in modo omogeneo. Le Strutture della Base, in particolare lo Striato, aumentano molto di dimensioni, mentre le aree di controllo inibitorio della corteccia frontale sono ancora immature. Questo rende i giovani più inclini alla ricerca del rischio e meno capaci di esercitare autocontrollo. L’ambiente altamente stimolante degli smartphone agisce come una sostanza eccitante: attiva le strutture tegmentali ventrali e altri nuclei della base, riducendo lo sviluppo delle aree inibitorie. Questa trasformazione, purtroppo, può permanere per tutta la vita. Il risultato è una maggiore sensibilità alla distrazione e una compromissione delle funzioni esecutive, come attenzione e decision making.»

Molti studi mostrano che i social attivano i circuiti dopaminergici delle dipendenze. Quali segnali clinici indicano l’instaurarsi di una dipendenza da smartphone o social?

«I primi segnali sono disturbi del sonno e della concentrazione. Poi compare la sindrome da sospensione: il soggetto non riesce a staccarsi dal telefono, lo cerca appena sveglio, come un fumatore cerca la sigaretta. L’intrattenimento digitale diventa prioritario rispetto a qualsiasi altra attività. Questo non danneggia solo l’attenzione: la dopamina regola anche il sistema immunitario. Per questo osserviamo spesso sedentarismo, calo delle difese e altri disturbi associati.»

La pressione del confronto costante può aumentare ansia e insicurezza. Che cosa osserva nella pratica clinica?

«Sui social i processi di identificazione sono più brutali. L’apparente anonimato aumenta l’aggressività, come accade nell’automobilista protetto dall’abitacolo. Gli adolescenti, che fuori dal gruppo dei pari si sentono “preda”, cercano l’omologazione a tutti i costi. La recente sentenza del New Mexico contro Meta ha riconosciuto che alcuni algoritmi sono progettati per peggiorare l’umore e spingere gli utenti verso contenuti che generano frustrazione, vessazioni e ricerca compulsiva di gratificazioni.»

Gli algoritmi premiano contenuti rapidi e polarizzanti. Che impatto ha questo sulla capacità attentiva e sulla diffusione di ADHD o pseudo‑ADHD?

«L’impatto è deleterio. Oggi vediamo un’incidenza altissima di disturbi che dovrebbero essere rari: discalculia, dislessia, disturbi dell’attenzione, deficit delle funzioni esecutive. Molti ragazzi mostrano anche sintomi da deprivazione di sonno, perché usano i dispositivi nelle ore serali. La combinazione di sedentarismo, cattive abitudini alimentari, interferenze continue con i processi attentivi e scarso controllo inibitorio crea una maggiore vulnerabilità e una bassa tolleranza alla frustrazione.»

Quali strategie concrete – cliniche, educative o regolatorie – possono proteggere i ragazzi senza demonizzare la tecnologia?

«Serve innanzitutto consapevolezza. Bisogna prevenire l’uso eccessivo dei dispositivi, offrendo alternative e introducendo anche forme di proibizione. Le restrizioni scolastiche sono corrette, vista la vulnerabilità degli adolescenti. In famiglia occorrono regole chiare per evitare che si sviluppi una vera dipendenza, che richiederebbe poi interventi terapeutici e farmacologici. È fondamentale proporre attività alternative: musica, teatro, laboratori. Dobbiamo puntare sulla gamification della cultura, rendendo l’apprendimento coinvolgente. Gli strumenti moderni di intrattenimento sono spesso progettati per rendere il pubblico più ignorante. Non è un caso che la generazione attuale dorma meno dei propri genitori e presenti un QI medio inferiore rispetto alle generazioni precedenti.»

Professor Stefano Pallanti

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