Si è svolta, presso la sede dell’Ance in via Guattani a Roma, l’assemblea ordinaria dei soci della SITEB, Strade Italiane e Bitumi. All’ordine del giorno, oltre alla presentazione dei nuovi associati, la relazione del Consiglio Direttivo ed alcune comunicazioni del Presidente, anche e soprattutto l’approvazione del bilancio 2021. Un bilancio in attivo, figlio dell’annata positiva per il comparto delle aziende che operano nel settore delle infrastrutture e dei lavori pubblici: numeri che parlano di ripresa, ma che rischiano di deteriorarsi rapidamente in seguito alla difficilissima congiuntura economica innescata dalla guerra in Ucraina. Con presidente della SITEB Michele Turrini abbiamo provato a fare il punto della situazione.

“E’ una fotografia realistica, purtroppo. Sopratutto per quel che riguarda il 2022: leggermente meno in relazione al 2021, che è l’anno per il quale abbiamo approvato il bilancio. Un’annata, quella passata, che pur se contrassegnata dai primi segnali degli aumenti dei prezzi ed ancora caratterizzata dalla pandemia non del tutto debellata, ricordiamo i vari “lockdown” ad intervalli, ha assistito alla realizzazione di un record per quel che riguarda la produzione di conglomerato negli ultimi dieci anni. Sono stati infatti prodotte trentasette milioni di tonnellate: un dato quasi utopico, se lo riportiamo ai ventidue o ventitre milioni che si producevano nel decennio scorso. Un successo che ha contribuito al fatto di avere più associati, e quindi nuova linfa all’interno dell’associazione, e non solo. Più coraggio per quelle che sono state le azioni che abbiamo intrapreso, con conseguenze ovviamente positive sul bilancio che abbiamo approvato, questo relativo al 2021. Un bilancio che riporta un piccolo utile in positivo”.
“Il governo in parte è già intervenuto: quello che contestiamo è che l’intervento è stato tardivo, e con soluzioni che a marzo del 2023 andranno a decadere. Il rischio è che molto presto sarà necessario studiare qualcos’altro, un intervento più strutturale e non solo congiunturale rispetto a quello che sta succedendo. In modo che se in futuro si verificheranno situazioni analoghe, già sarà chiaro quale sarà il meccanismo da far intervenire”.
“Il settore della realizzazione di infrastrutture, all’interno del quale operiamo, è un po’ lo strumendo d’eccellenza con il quale risollevare il PIL. Le infrastrutture sono strettamente collegate con innumerevoli altri settori che ad un primo sguardo sembrerebbero in realtà molto distanti dal punto di vista economico. Faccio un esempio, il più semplice e banale, per spiegare quel che significano le infrastrutture all’interno del sistema-paese: la trattoria od il bar che si trovano nei pressi del cantiere, all’interno del quale per sei mesi o addirittura un anno lavora un gruppo di operai, avranno un incremento di introiti per tutto il periodo di realizzazione dell’opera. E’, ripeto, un esempio banale, ma che rappresenta perfettamente la realtà: quando una infrastruttura si muove, si muove anche l’occupazione. Girano i camion, e quindi combustibili, trasporti, mezzi, opere, materiali, progettazioni… L’infrastruttura genera tutto questo: è il cosiddetto indotto, osservato nella sua complessità. Fino al distributore di benzina, insomma”.
“Siamo partiti da dati di PIL che avrebbero dovuto essere strabilianti, trainati dal PNRR; e che invece ora sono praticamente dimezzati. Quella che sarà la realtà del PIL dovrà fare un’ovvia battaglia con l’inflazione: d’altra parte se i costi aumentano, e i costi abbiamo visto quanto sono aumentati, l’inflazione cresce, con valori che non vedevamo da moltissimi anni. Noi ci aspettiamo ora una pressione salariale molto alta che comporterà ulteriori innalzamenti dell’inflazione. Il cosgto del denaro, a livello europeo, viene tenuto basso, o almeno ci si prova: ma saranno sforzi che costeranno, e da qualche parte i soldi vanno tirati fuori”.
“Sicuramente il PNRR è un piano a largo respiro, che l’Italia – a mio parere – ha fatto bene ad accettare, compresa la parte in prestito, che è stata quella oggetto del dibattito politico. A mio parere è un buon compromesso, a patto che le opere si realizzino nei tempi previsti, e che la semplificazione aiuti ad ottenere i punteggi europei necessari all’erogazione delle successive parti dei soldi del PNRR. L’unica fiducia che io ho è che l’Italia sempre ha trovato il modo di cavarsela, siamo sempre stati capaci di tirare fuori un “jolly” nei momenti di difficoltà. Speriamo che avvenga anche nel 20220”.
“E’ una sfiducia che nasce dalla consapevolezza di quella che è la velocità della politica, ben diversa da quella dell’imprenditoria e degli investimenti. Sono due velocità che non si incontrano”.
“Questo è uno degli aspetti che dovrà essere chiarito a livello ministeriale. Con quei soldi lì si farà di meno? Oppure le somme stanziate saranno implementate per completare le opere? Sono risposte che attendiamo: al momento non ho la risposta!”.
“Faccio una premessa: bisognerebbe innanzitutto capire in quale direzione il paese voglia andare. Non c’è stata, finora, una politica energetica in Italia. Non si capisce bene in che direzione l’Italia voglia orientare la sua “transizione ecologica”: gli altri paesi sono stati chari. La Francia è decisamente orientata verso il nucleare, la Germania ha scelto il gas, almeno prima della guerra. Oggi, a conti fatti, pare aver avuto ragione la Francia. L’Italia non ha scelto: un po’ di rinnovabili, un po’ di gas, si è parlato del ritorno al carbone per tamponare l’emergenza innescata dalla guerra… E’ evidente che manchi un piano chiaro, e la scelta sia quella di tamponare. Immagino che dietro l’angolo sia in arrivo uno “schock”, che potrebbe essere la scelta di ritornare sul nucleare. Oppure c’è l’opzione dell’idrogeno, che può essere un’alternativa a patto di poterlo produrre. Ad oggi la transizione ecologica, per quel che riguarda un impianto di conglomerato, cosa significa? La scelta di come farlo funzionare è relativa al valore, a cosa costa meno: anche la tecnologia applicata dipende dal combustibile che si sceglie. Il costo energetico è aumentato, da tre a quindici in nemmeno un mese. E’ questo al momento il problema”.
