LA RESTAURATRICE DI CORALLI

Giorgia Maggioni, biologa marina, lavora alle Maldive per recuperare i coralli sbiancati negli ultimi anni a causa dell’innalzamento delle temperature dell’oceano.

AMBIENTE
Susanna Bagnoli
LA RESTAURATRICE DI CORALLI

Giorgia Maggioni, biologa marina, lavora alle Maldive per recuperare i coralli sbiancati negli ultimi anni a causa dell’innalzamento delle temperature dell’oceano.

Fino a fine settembre è a casa in vacanza, a Olgiate Molgora in provincia di Lecco per poi ripartire per le Maldive dove per lavoro restaura i coralli della barriera corallina. Giorgia Maggioni, 29 anni, è una biologa marina e in un anno e mezzo di lavoro ha già ‘attaccato’ oltre 4mila frammenti di corallo, e i primi buoni risultati in termini di crescita della specie stanno arrivando. Maggioni ha una laurea magistrale in scienze marine all’Università Bicocca di Milano e già tanta esperienza sul campo, all’estero, a partire dai primi anni all’università, con un workshop al Marhe Center che l’università Bicocca ha sull’isola di Magoodhoo nell’arcipelago delle Maldive.

Giorgia Maggioni

Durante il mio primo viaggio di dieci giorni al Marhe Center ho capito che il lavoro che volevo fare nella vita è quello che effettivamente faccio oggi : restaurare coralli, salvare la barriera corallina che dal 2016 ad oggi ha subito gli effetti pesantissimi di fenomeni climatici estremi che innalzando la temperatura dell’oceano l’hanno compromessa, producendo lo sbiancamento dei coralli”, racconta Maggioni. Nel 2019 arriva il primo vero contratto di impiego alle Maldive, poi il Covid la costringe a interrompere e tornare in Italia, nel 2021 ritorna nell’oceano indiano e riprende l’attività a contatto con i coralli.

Il metodo è rodato e utilizzato in vari scenari nel mondo e consiste nel raccogliere i frammenti di corallo ‘buono’ sparsi in giro, rotti da eventi naturali come le mareggiate o da chi cammina sul reef, e poi ‘riagganciarli’ per farli crescere, “questi pezzetti li chiamiamo i frammenti di opportunità, sono coralli vivi – racconta la biologa marina – se lasciati nella sabbia muoiono, noi li attacchiamo in acqua a strutture metalliche, in modo da dargli un substrato su cui crescere. Ci vuole molto tempo, in un anno il corallo può crescere al massino di una decina di centimetri”. Il fenomeno dello sbiancamento della barriera corallina è iniziato nel 2016 a causa dell’innalzamento delle temperature dell’oceano e dell’atmosfera, dovuto al fenomeno climatico conosciuto come El Nino.

I coralli sono animali coloniali, con migliaia di individui per colonia – racconta Maggioni – si tratta di polipi che hanno un tessuto trasparente ma che vivono grazie a delle alghe che danno loro nutrimento e colore. Quando la temperatura dell’acqua aumenta improvvisamente, le alghe lasciano il tessuto del corallo, provocandone a lungo andare la morte. Dal momento che lo scheletro del corallo è carbonato di calcio e il tessuto del polipo è trasparente, il risultato è lo sbiancamento”. Recuperare la barriera corallina significa anche piano piano vedere ripopolarsi l’oceano di specie marine e naturalmente c’è anche un impatto forte sull’attrattiva turistica dei luoghi. Il lavoro va praticamente avanti tutto l’anno, senza interruzioni.

C’è anche un progetto parallelo che Maggioni porta avanti, sempre con un impatto ambientale positivo, ed è la creazione di braccialetti a partire dalle reti dei pescatori, le cosiddette ‘reti fantasma’ che sono illegali e che però vengono usate per la pesca indiscriminata. “Raccogliamo quelle che arrivano con la corrente, che sono pericolose per tutte le specie marine che vi possono restare impigliate, le laviamo a fondo e realizziamo dei braccialetti che vendiamo per ricavare denaro con cui sostenere il recupero della barriera corallina”. Un bell’esempio per togliere dal mare ciò che non deve starci perché causa danno e riutilizzare in modo creativo materiali che vanno smaltiti.