L’incontro (il Memorial Vannucci, ndr) arriva grazie al contatto di Gian Fausto Ferrari. La cosa che personalmente mi ha coinvolto è il fatto di occuparsi della natura. Anche se noi ci occupiamo delle tecnologie, l’aspetto della natura, che è il mondo da cui proveniamo tutti, poi è fondamentale. Veniamo dall’agricoltura, che è natura di per sé: osservare la natura, le piante, la loro vita, la loro attività ha una funzione anche rispetto alla tecnologia. La cella fotovoltaica prodotta nel ’54, ad esempio, si ispira al sole e alle piante, alla fotosintesi. Ecco, questa centralità della natura è quello che maggiormente ho sentito come legame con Vannucci.
Una storia antica: poco dopo Adamo ed Eva, c’era il mio bisnonno, che era un mezzadro. Chi governava la famiglia e i figli, quattro figli, era mia nonna. E io, da nipote, sono stato educato – anche con qualche rimprovero – all’attenzione al non spreco, a far le cose per bene e a dire i no che servono. Poi mio padre e mia madre hanno sviluppato l’impresa agricola, e mia madre ha fatto un po’ i conti nell’amministrazione di questo ambiente. I miei inizi, dopo le scuole medie, puntano su un po’ di tecnologia, ma prevalentemente per giocare. E in quegli anni nelle nostre campagne stava però già iniziando una rivoluzione tecnologica: l’energia elettrica nelle aree rurali, la radio, la televisione. Cose che hanno incuriosito chiunque, anche chi aveva un’età avanzata. Ma in qualche modo anche impaurito. Ed è allora che ho avuto l’occasione per sperimentare, per automatizzare: ho portato l’acqua in casa attraverso un motore e una pompa elettrica. Niente di che, niente di inventato, stavo solo giocando. Tuttavia è stata l’occasione che mi ha permesso di installare queste pompe dell’acqua, non solo in casa mia, ma anche ai contadini vicini casa.
Si, quel lavoro che ho fatto a casa mio padre non me l’ha pagato perché i soldi non c’erano, ma in qualche modo l’impresa nacque così. Mi sono trovato a lavorare in forma autonoma, senza però aver fatto un’attenta valutazione di cosa significasse saper far di conto. Fino a quando nel 1968 inizio a lavorare come ‘artigiano-imprenditore’ da Aristide Merloni e di lì a poco incontro Graziella. Mia moglie: lei che poi ha di fatto curato tutta l’amministrazione e la gestione sia della casa che del lavoro. Ecco come si concretizza l’impresa famiglia e l’impresa allargata. Ed è stato sempre un tutt’uno! A lei l’impegno della parte contabile, con grande attenzione agli sprechi e tanto buon senso… C’è questa “filiera” di donne nella nostra famiglia che ininterrottamente ha curato questi aspetti. E che hanno fatto bene le cose che servono per andare avanti. Dall’altro lato questa impresa si è sviluppata anno su anno, referenza su referenza, che la sera si spegne e la mattina dopo si riaccende, man mano che arrivano tutti i collaboratori. Ogni nuovo giorno si accende nuovamente, perché al suo interno girano sempre cose nuove. Per ogni giorno un cliente nuovo, una nuova tecnologia da adottare. Questa flessibilità, questa adattabilità d’impresa csi basa più sulla conoscenza che sulla produzione. Ed è arrivata fin qua e perché sta tutta dentro questo tipo di percorso.
Per me è ovvio, anche perché questo è fondamentale dal punto di vista dello sviluppo imprenditoriale, in quanto questo lavoro richiede molta iniziativa e responsabilità. Cose che sono alla base dell’imprenditorialità. Il percorso, la crescita, dei nostri collaborati può arrivare fino al punto di consentirgli di mettersi in proprio. A tutti, ragazzi ed anziani, viene spiegato che chi vuole può avviare una propria un’attività. Basta farlo comunicarlo almeno un anno prima, e noi li aiutiamo a realizzare il loro progetto. Abbiamo perso il conto, ma credo che in circa 40 anni siano più di 120 le persone che hanno scelto questo tipo di passaggio.
Abbiamo messo insieme una pompa, qualche cavo, qualche tubo, dei serbatoi per l’acqua. In casa non arrivava l’acqua e così ce l’abbiamo portata. In fondo abbiamo solo risolto un problema. L’impresa fa questo, analizza un problema e trova la soluzione da praticare. Lì c’era un problema, non ho avuto bisogno di analizzarlo, ma quella soluzione lì è servita ad iniziare un percorso.
Per me è fondamentale perché è un lavoro che richiede iniziativa e responsabilità; è un lavoro per progetti, che richiede di fornire soluzioni ad un cliente che deve essere soddisfatto. È come un sarto che fa un vestito su misura: il cliente tornerà se sarà contento del prodotto realizzato. Sto parlando di attenzione alla qualità e di soddisfazione del cliente, ma non solo. Altrettanto è importante quella dei collaboratori. È quello serve per tenere unito un gruppo, un’impresa. È questa l’idea che bisogna esprimere quotidianamente: prendere iniziative e assumersi responsabilità. Questo è quello che fa un imprenditore con l’aggiunta del rischio sia economico che finanziario. Tutto questo con un’attenzione ai collaboratori: persone brave e preparate. Qualcosa da cui non si può prescindere, tenendo conte che comunque l’obiettivo è sempre quello di circondarsi di persone sempre più giovani e anche sempre più preparate.
Produciamo strumenti che i nostri clienti utilizzano nelle loro linee di produzione per misurare la qualità dei prodotti e dei processi. Al centro della nostra attività mettiamo sempre l’innovazione, mentre di solito le imprese tendono a tener questa separata dalle attività. Una “separazione” per noi inconcepibile, perché di fatto produciamo soluzioni ad alto valore aggiunto, ad alta integrazione che di per sé devono contenere innovazione. Questo è il nostro mestiere. Però il modo d’intendere l’innovazione ‘in casa Loccioni’ è più che altro una struttura di comportamento e di approccio al modello di impresa. Provo a fare un esempio: oggi il tema più attuale è quello dell’aumento del costo dell’energia. Ecco, noi abbiamo più di 20.000 metri quadri di laboratorio, tanto che da dieci anni non usiamo più il gas e per diverse ore al giorno siamo autonomi dal punto di vista energetico. Siamo partiti nell’85, in tempi non sospetti, cercando di lavorare sul benessere delle persone e di limitare l’emissione di CO2. Siamo partiti da un tema molto “alto” per poter decidere e fare delle scelte: se avessimo guardato solo all’aspetto del ritorno economico, quelle scelte non le avremmo assolutamente fatte. Ecco, questo lo considero un approccio innovativo. Dal momento che ritengo che i laboratori per le persone che ci lavorano debbano essere ad alto confort e siccome l’alto confort costa energia, dovevamo trovare soluzioni energetiche innovative. L’abbiamo fatto!
È il rapporto che c’è tra nonni e nipoti. L’inserimento continuo dei giovani in questa impresa inizia da subito, dal primo ragazzo che è arrivato dopo la scuola. Considero il giovane un portatore di conoscenza e ogni anno questa conoscenza si rinnova. Diciottenni appena diplomati o ventitreenni laureati, portano sempre qualcosa di nuovo. Non sono solo un valore aggiunto, sono valore essenziale. Perché poi la competenza si sviluppa in funzione di quello che si fa lavorando, non solo in relazione a quanto appreso dai libri. Questa è la differenza tra conoscenza e competenza. 
La tecnologia molto spesso viene vista come un fine, invece è un mezzo. Un percorso evolutivo iniziato 300 anni fa, che tuttavia va visto come mezzo per un fine che molto spesso, tra l’altro, non si è in grado di conoscere. Ecco, allora nasce l’idea, l’idea o comunque il fatto di ispirarsi a dei modelli. Ad esempio, il territorio dove ha sede la nostra impresa è l’area dove c’è la più alta concentrazione, di abbazie al mondo: 1000 anni di storia caratterizzati dal monachesimo, dai mezzadri, dai coltivatori diretti, dagli artigiani e alla fine dalle imprese. Perciò l’ispirazione, il modello che in qualche modo uno cerca di rappresentare, attraverso il proprio lavoro è il frutto di queste cose. Ma Arriva anche, ovviamente, da altre ispirazioni: un nome per tutti Olivetti.
Non abbiamo certo la sfera di cristallo. Però abbiamo fatto un progetto fino al 2068 data dei 100 anni dalla nostra nascita e si basa innanzitutto sul principio che i valori vadano anteposti al raggiungimento del profitto. E che sappiamo essere fondamentale nell’impresa. Il profitto senza valori è un principio di distruzione. E noi non abbiamo nessuna intenzione di autodistruggerci.
